Perché è gratificante sentirsi amati?
Perché chi ci ama sembra non fare altro che soddisfare una nostra necessità atavica.
La necessità, urgente, impellente e spasmodica di essere riconosciuti come piccoli caldi centri dell’universo attorno a cui qualcuno ha preso a ruotare, dopo essere entrato nel nostro orizzonte degli eventi, abbandonando la traiettoria indifferente lungo la quale ci passava accanto.
La nostra felicità non nasce che da questa consapevolezza.
Siamo entrati nella tessitura spaziotemporale di qualcun altro. Come stelle collassate, ne abbiamo deformato le linee esistenziali portanti. Come buchi neri ci nutriamo della sua luce. E ne siamo, al tempo stesso, schiavi.
E’ la natura gravitazionale dell’amore. Un cosmo di satelliti che si orbitano attorno vicendevolmente, finché le leggi ben poco newtoniane della gravitazione sentimentale universale non ci mettono lo zampino.
Per quel che mi riguarda, credo di essermi innamorato un paio di volte nella mia vita.
Sono tante? Sono poche? Sono abbastanza per autorizzarmi (ammesso che per esprimere un’idea sull’argomento occorra una qualche patente che autorizzi a pronunciarsi e soprattutto ammesso che qualcuno possa veramente pretendere di dire qualcosa di sensato sull’argomento, me compreso…) ad articolare un’opinione in proposito e di condividerla col resto del mondo? A dire il vero non ne ho la più pallida idea.
Ciò nonostante, quello che credo di aver capito dall’osservazione di me stesso, e del mondo che mi sta intorno, è che abbiamo introiettato in profondità un’idea di amore talmente utopica e radicale, un’idea che sconfina quasi nel mistico, che è praticamente impossibile da attingere nella fattuale quotidianità di tutti i giorni.
Quest’idea è filtrata dall’iperuranio della grande produzione letteraria e filosofica attraverso una certosina e pervasiva opera di diffusione, adattamento e, ça va sans dire, semplificazione, sicché alla fine ci siamo ritrovati impiantato nel profondo dei nostri piccoli e inutili cervelli un modello culturale che è in ultima analisi totalmente disfunzionale alla riproduzione della specie.
L’idea romantica (nel senso filosofico e letterario “alto” che il termine “romantico” ha) con i suoi corollari fatti di assolutezza, complementarietà totale e totale rispecchiamento dell’uno nell’altra (o dell’una nell’altra, o dell’uno nell’altro, per essere a tutti i costi “politically correct”), realizzazione del sé strettamente avvinta alla realizzazione dell’altro, l’idea dei “due corpi e un’anima”, o peggio ancora delle “anime gemelle”, del legame indissolubile che supera spazio, tempo e convenzioni sociali e culturali; ebbene quest’idea mina alla radice la possibilità per ogni relazione concreta che si debba misurare con le opacità della quotidiana fatica di vivere, di rispecchiarsi in tale paradigma splendente nella notte come un cristallo purissimo, e quindi di essere vissuta come appagante e viva fonte di realizzazione e pienezza.
La frustrazione e l’alienazione, siano esse manifeste o latenti, con la loro pletora di crisi, controcrisi, rotture, tradimenti, sotterfugi e tutta la pittoresca congerie di acrobazie psicologiche ed algebriche autogiustificazioni etiche che lo zoo delle umane amenità riesce a sfornare con prolificità degna di un branco di conigli in calore, sono il pane quotidiano di chi si trova a misurarsi con questo modello.
Ma la natura, diceva il “maestro di color che sanno” Aristotele, non fa nulla di inutile. E soprattutto, matrigna ma anche madre, trova sempre il modo di riequilibrare i conti a suo vantaggio.
E allora ecco che alla ricerca spasmodica e bramosa dell’Amore Perfetto, che continua ad orientare il comportamento dell’individuo anche al di là della sua reale consapevolezza e coscienza immediata come in una sorta di riflesso dell’attività incessante della Volontà di Schopenaueriana memoria, subentra la logica del “mal comune mezzo gaudio”, o detto con più icastica e scatologica efficacia dagli amici del Bar Pigafetta di Marano Vicentino, del “meglio una merda in due che una torta da soli” (immaginatelo nello strascicato vernacolo locale), che fa del rispecchiamento nella comune frustrazione e nel comune fallimento e nella condivisa rinuncia ad un futuro ricomposto e radioso sempre anelato ma mai raggiungibile, un potente elemento coesivo spesso tacitamente implicato, anche se mai autenticamente oggettivato, da ambedue le parti, in grado di rafforzare la spinta biologica all’accoppiamento sessuale e in ultima analisi alla riproduzione della specie.
La produzione della prole infatti, nella nostra povera specie di “scimmie nude” (e mai definizione potrebbe essere più calzante, che dette scimmie ballino o meno, con buona pace di Gabbani…) richiede un investimento energetico che va ben al di là dei due o tre colpi di reni in sincrono, necessari ad un coito magari modesto ma efficace, che permetta un produttivo incontro fusionale di gameti.
Richiede una solidarietà di coppia che, anche se si basa in ultima analisi su una rinuncia rassegnata e bilaterale al Grande Uno Rosa a cui siamo addestrati ad aspirare dall’ “Ordine del discorso Amoroso” dominate, dovrebbe permettere in qualche modo alla coppia stessa di durare per il tempo sufficiente all’allevamento dei cuccioli, almeno fino a quando non siano in grado di procacciarsi cibo e risorse da soli.
Ma, tant’è.
La biologia non si interessa a etica, estetica o metafisica. A ciò che è Giusto. A ciò che è Buono. A ciò che e Bello. A ciò che è Razionale. A ciò che è Necessario
E alla fine prende comunque quel che le spetta.
Ed ecco che allora, senza aver sviluppato questa sorta di forma mentis basata su quello che è un dualismo autenticamente schizofrenico e su una sua ricomposizione dialettica, per altro instabile ed esposta alle temperie della nostra continua brama di Assoluto; senza aver introiettato al fianco dell’idea platonica e iperurania di Amore Totale questa declinazione a denti stretti del Principio di Realtà assolutamente antitetica all’altra idea; senza una concessione alla brutale evidenza dei nostri impulsi biologici primari, che ci consente di affermare che la vita concreta, quotidiana e reale non è che ripiego, più o meno momentaneo, su quel che passa il convento; ebbene senza tutto questo difficilmente potremmo trovare l’impulso a prolificare.
E a fare in modo che il sotto il sole sempre nuove sciagure umane risplendano ancora e poi ancora.

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L’estate sta finendo ma quella vecchia è stata scritta tutta. A quattro mani, un pezzo io, un pezzo lei  Un pezzo il can, ahm.

 

L’estate in cui diventammo pazzi ci dissero sarebbe stata corta e fresca.

L’estate in cui diventammo pazzi tornavo, dopo secoli, a guardare i film delle 21 alla tv. Guardavo tutto, i grandi classici e le puttanate, prendevo tutto. Bridget Jones e Vento di Passioni, Jennifer Lopez che si sposa dopo la vita da sguattera, Rocky sulla scalinata. Tutti, tutti quanti erano ambiente fertile per la mia facoltà di immedesimazione triplicata: sentivo il fuoco interiore di Brad Pitt, la sfiga inglese di Bridget Jones, la rivalsa sociale di Rocky. Sentivo tutto. Esploso alla stessa maniera, ero qualunque personaggio, ero qualunque storia.

L’estate in cui diventammo pazzi cercarono di vendermi, in vari momenti, a più riprese, del vino, dell’olio, sette asciugamani da mare, un paio di bermuda rosa, tre elefantini in finto ebano, tre abbonamenti telefonici, uno a internet e due alla pay-tv, l’idea che tutto fosse inutile, braccialetti in cuoio (credo due), sette paia di calzini, un biglietto per il concerto dei Foo Fighters, un piano per fuggire, del cocco fresco, aquiloni e cappellini con il logo di batman, sigarette di contrabbando, trottole luminose, la locandina di “Rocky III” incorniciata, tappetini di stuoia per la doccia, la possibilità di essere felice.

L’estate in cui diventammo pazzi non riuscivo a leggere Musil e ogni idea di futuro era cancellata e incomprensibile: non il futuro lontano, parlo di domani, di stasera. Non si poteva garantire sulla propria presenza in vita oltre i successivi 10 minuti, non si poteva contare che sulla distanza che separava due gradini su una scala. Sembravano regole assegnate da un qualche nuovo dittatore sceso sulla terra.

L’estate in cui diventammo pazzi, vestivo spesso in blu scuro. Polo, camicie. Pantaloni. Pareva mi stesse a pennello, quel colore. Proprio come una seconda pelle che avreste dovuto scorticare per trovare quella vecchia.

L’estate in cui diventammo pazzi, tutti continuavano a dirmi che ero molto, troppo razionale. Che volevo capire soltanto con la ragione. Puntualmente pensavo non avessero capito nulla e provavo a spiegare perché ma mi dilungavo e non arrivavo al punto. Mi chiedevo se avrebbero detto lo stesso se avessero visto quel vestito a fiori e quella luce alla mie spalle, appena arrivati sulla terrazza.

L’estate in cui diventammo pazzi qualcuno si svegliava sempre prima dell’ora stabilita. Girava per le stanze e i corridoi come un pugile suonato. Uno zombi in semi coma etilico. Il caldo squagliava quasi l’intonaco dai muri. E la luce, così piena e piatta. Diffusa e uniforme. Entrava dappertutto. Implacabile. Ricordo di aver pensato che fosse un animale. Che fosse viva. Si insinuava. Ci entrava nel cervello, dagli occhi. Disseccava tutto. Ci lasciava muti e stremati.

L’estate in cui diventammo pazzi non si riusciva a ragionare se non per sillogismi: “accade questo, allora accadrà anche questo e poi quest’altro. Se non voglio più questo, allora non potrò mai più volere nulla che gli somigli, oppure non l’ho mai voluto veramente”. Non ero mai stata così affezionata alle sequenze come allora, avrei voluto iscrivermi a corsi di aerobica coreografica.

L’estate in cui diventammo pazzi presi ad immaginare sempre più spesso bellissime sequenze di disastri aerei. Vedevo i rottami che sfarfallavano nell’aria fiammeggianti. Al rallentatore. Dopo esplosioni che fiorivano nell’azzurro del cielo come gerbere giganti. Sentivo solo pace, una pace mai provata così a fondo. E un senso di inequivocabile benessere.

L’estate in cui diventammo pazzi volevano insegnarmi che non sappiamo tutto quello che siamo, che ci sono cose dentro di noi, si muovono, cambiano anche senza che ce ne accorgiamo. Dovetti credere a chi mi diceva questo ma fu allora che cominciò l’inferno. Cominciai a sentire che potevo contenere qualunque cosa: chiodi, vasi di fiori, seconde anime, seconde voci, lampadine, incubi, terzi occhi, altre mani, altro sangue.

L’estate in cui diventammo pazzi ricordo che dopo esser tornato dalle vacanze, andavo spesso al zonzo per il parco. Zigzagavo irrequieto tra i gruppetti di ragazzi che giocavano a palla. Circospetto, ma non troppo. Il piano era quello di beccarsi una pallonata in faccia. Farsi disintegrare gli occhiali, e magari il setto nasale. Non sarebbe stato sgradito nemmeno un freesbee in fronte. Una sbucciatura superficiale alla tempia, dove la pelle è sottile. Una minima escoriazione. Una traccia di contatto. Un indizio di esistenza reale.

L’estate in cui diventammo pazzi dicevano che scoprire un certo genere di questioni ti migliora, ti mostra il cambiamento possibile. E il cambiamento è vita. Annuivo, dicevo si è vero, pensavo alla vecchia professoressa di greco, alla sua pronuncia di panta rei e il cuore mi collassava drasticamente sul concetto. Sprofondavo nell’abisso e mi veniva da vomitare. Con tutto il rispetto per Eraclito, mi sembrava una stronzata. Poi ritrattavo, mi dicevo smettila con questa arroganza, sei antistorica. E cercavo di prendere lezioni dalle cose vive e mute che avevo intorno.

L’estate in cui diventammo pazzi: ricordo la tua mano, la sinistra, sollevata all’altezza del petto. Il dorso verso l’interlocutore, che poi sarei stato io. Le dita unite che puntavano verso l’alto, corte e sottili. Anulare e mignolo leggermente flessi. Ricordo che riuscivo a vedere tutte e cinque le nocche. Il gesto era spontaneo, compito e composto. Non ricordo davvero se stessi esprimendo diniego o incredulità. Magari stavi solo rafforzando un passaggio del discorso. E poi, ancora tu. Tenevi la testa leggermente in avanti. Mi stavi ascoltando, con un aria che aveva malgrado tutto un che di vagamente complice e curioso. Ricordo anche dell’altro, a dire il vero.

L’estate in cui diventammo pazzi l’interno contava molto più dell’esterno, gridava, sovrastava. Il tempo era contratto, tutto era vicino, il già accaduto sembrava accadesse in ogni momento. Sembrava che a smettere di ricordare, il mondo intero sarebbe scomparso.

L’estate in cui diventammo pazzi, il tempo tendeva a cristallizzarsi e ad annullarsi nelle espressioni del volto. Sempre un po’ attonite e sorprese. Ricordo che prendevo spesso appunti nei momenti più impensati. Scrivevo con il taccuino posato sulle cosce chiuse ed unite; un’attitudine vagamente pudica e frocesca, che però dovevo assumere per riuscire a tracciare qualche segno più o meno intelliggibile sulla carta.

L’estate in cui diventammo pazzi imparai che paura e desiderio non sono affatto nemici irriducibili, ma fratelli. Incestuosi.

L’estate in cui diventammo pazzi continuavamo a fare promesse anche se sapevamo che faceva male: 1. non saremmo morti, 2. ci saremmo lavati meglio i denti, 3. avremmo sbadigliato sempre e comunque poco, 4. senza troppa fretta, avremmo riconsiderato le possibilità di un’isola.

Il Capocantiere scosse la testa.
“Sono cinquecento euro” ripetei sfogliando la mazzetta di fogli da cinquanta prima di rinfilarla nel taschino della camicia. “e voi siete in quattro, Quanto fa a testa?”
“Centoventicinque euro ” disse il Capo Cantiere.
“Non è male per un’ora di straordinario. Perché non credo vi ci vorrà più di un’ora. Forse anche di meno. Mi date solo una mano a montarla e a issarla. Tutto qua”
Cinquanta metri più in là, oltre il piazzale butterato di pozzanghere oleose e cumuli franati di terriccio, tre operai continuavano ad armeggiare alla base dei ponteggi attorno a una enorme scatola rettangolare di calcestruzzo, mattoni e intonaco scrostato.
Una scuola mai finita. O forse un ospedale.
Smontavano le passerelle del piano più basso dell’impalcatura.
Con molta flemma. Scambiando sonori monosillabi in una lingua sconosciuta, mentre la luce del sole svaporava lenta nella sera.
Mi appoggiai alla fiancata della macchina, infilai le mani nelle tasche dei pantaloni e lo fissai negli occhi.
Gerry sedeva al posto del passeggero. Sorseggiava quello che poteva sembrare succo d’arancia in cartone. In parte lo era. Lo avevamo allungato con della vodka comprata al discount che avevamo trovato a pochi chilometri dal cantiere. Roba russa di qualità scadente, che puzzava come carburante per aerei.
Era a stomaco vuoto dal mattino, sicché l’alcol gli era aveva dato quasi subito alla testa.
Il piano rischiava di andare a farsi benedire.
Innanzitutto trovare un posto adatto per crocifiggere una persona senza incappare nella curiosità o, cosa assai più probabile, nella riprovazione del prossimo si era rivelato più difficile del previsto.
E poi c’erano quelle dannate istruzioni di montaggio stile Ikea.
Non una parola.
Nemmeno “Stipes” (il palo verticale, per capirci) e “Patibulum” (il palo orizzontale), tanto per dire.
Solo una sequenza di disegni stilizzati, frecce e numeri e lettere che nemmeno un coreano con una gran passione per i rebus sarebbe riuscito a decifrare.
Perché il kit era made in Seoul. Maledetti Coreani.
Così, dopo due tentativi a vuoto, con Gerry che continuava a ridacchiare sotto i baffi e a chiedermi se ce l’avremmo fatta per l’ora di cena, avevo capito che mi serviva una mano.
Il cantiere era sbucato dal nulla, poco dopo essere usciti dalla estrema periferia della città, provvidenziale come una luce di terra nel bel mezzo della tempesta perfetta.

Quella mattina ero arrivato a casa di Geremia puntualissimo.
Lui era già sulla porta ad aspettarmi, videocamera e cavalletto sottobraccio. In realtà il cavalletto era il mio, glielo avevo prestato almeno un paio di anni prima, perché doveva fare le riprese al battesimo di suo nipote e si era dimenticato di restituirmelo. Poco male, avevo pensato mentre lo caricavamo nel bagagliaio accanto al borsone nero. Ogni cerchio prima o poi si chiude.
Geremia. Gerry, come lo chiamo, è un mio caro amico. Il migliore. Cioè, lo era.
Fino al giorno in cui non si era scopato mia moglie.
Non che ne abbia fatto un dramma con lei. Deianira era sempre stata, diciamo così, incline al tradimento e dopo due anni di matrimonio avevo messo in conto che potesse accadere, vista la piega che avevano preso i nostri rapporti.
Ma non con Gerry, per Dio.
Non con un amico.
A ben considerare la faccenda, a mandarmi in frantumi il cervello e il cuore è stato lui. Ho sempre pensato che l’amicizia è l’unica cosa che conta davvero.
L’amicizia è tutto.
Banale, direte voi.
Ma vero oltre ogni ragionevole dubbio.
Così ne avevamo parlato.
Prima avevo tentato di frantumargli le gengive con la mazza da cricket che avevo comprato in un negozietto di Calcutta al rientro da un viaggio di nozze decisamente low cost. Cioè da due settimane di monsoni, riso basmati stracotto, dissenteria e sesso dozzinale in alberghetti infestati di scarafaggi. All’epoca ci pareva una cosa davvero notevole. Alternativa. Un’esperienza che avrebbe dato benzina ben miscelata al mio motore di giovane scrittore di talento sempre sul punto di decollare.
Inutile dire che non era servito a nulla.
Dopo due anni, mentre lei era supplente confermata in un liceo del centro, io campavo ancora di lavoretti a termine che con la scrittura avevano quasi sempre ben poco a che spartire e che a volte mi portavano lontano casa per due o tre giorni alla settimana.
Fu durante una di queste trasferte che Gerry e Deianira, ormai platealmente insofferente allo stallo che la mia mai davvero iniziata carriera di scrittore aveva preso, erano finiti a letto.
È chiaro che non l’avrei mai scoperto se Gerry non avesse vuotato il sacco. Mi si era presentato sulla soglia di casa una sera che Deianira era a una cena con i colleghi, reggendo un paio di confezioni da sei lattine di birra tiepida, una maschera funebre al posto della faccia. Un cliché patetico da film americano che mi aveva innervosito subito.
Così, dopo che avevo cercato di spaccargli i denti ne avevamo parlato.
Lui asserragliato nella sua macchina e io accovacciato sul cofano, brandendo la mazza vendicatrice.
Lui era davvero distrutto.
Annichilito moralmente.
Io ero incazzato.
Mortalmente.
Di tanto in tanto ululavo alla luna, smazzando dei gran colpi sulla capotta per scaricare la tensione.
Lui continuava a piagnucolare. Non faceva che compiangere la debolezza di cui era stato vittima. Voleva trovare un modo di farsi perdonare. Però sembrava non capire che la mia collera nei suoi confronti era davvero terribile.
“Cosa devo fare per avere il tuo perdono?” aveva singhiozzato a un certo punto “Mi devo far crocifiggere?”
C’è una poesia di William Blake, che dice più o meno:

ero in collera con il mio amico
gli parlai della mia ira ed essa terminò
ero in collera con il mio nemico,
tenni tutto per me, il mio furore aumentò

Questi versi mi vennero in mente mentre saltavo giù dal cofano con un balzo e mi incollavo al finestrino del guidatore.
Attraverso il vetro sporco, lo fissai dritto negli occhi.
“Si” dissi, senza distogliere lo sguardo.
Lui dopo un attimo di interdetta esitazione si sciolse in una specie di pianto riconoscente, intervallato da singhiozzi profondi.
Gettai a terra la mazza.
E pensai che Blake tutto sommato aveva torto.
Perché continuavo ad essere furioso.
Perché Gerry aveva tradito la mia amicizia.
Perché, alla fine della fiera, lo volevo morto. Leggi il seguito di questo post »

Ci dovrà essere un’iridescenza strana, una specie di caligine che stagnerà ad un palmo dal suolo, e lo farà quasi brillare in maniera innaturale.
Sarai ancora a terra, appena oltre il bordo della carreggiata, la guancia destra posata sulla superficie ruvida dell’asfalto arroventato che comincerà ad intiepidire al calar della sera.
La sabbia che ti resterà sulle dita, mentre prenderai a strisciare lentamente lontano dall’abitacolo, anche se ogni centimetro guadagnato consumerà le poche energie che ti restano.
E se guarderai verso l’automobile, continuerai a vedere la sagoma del tizio in nero, un Angelo della Morte in disarmo, a pelle di leone su ciò che resta del cofano. Le suole dei mocassini italiani, piuttosto consumate a dire il vero, punteranno verso l’alto.
La valigia con il danaro ancora lì, sul pavimento dell’auto dalla parte del passeggero.
Due milioni. Banconote di piccolo taglio. Non segnate.

Rivedi la cameriera che ti versava il succo d’arancia nel bicchiere. Il riflesso del sole di mezzogiorno dietro le vetrate polverose. Odore di uova fritte e pancetta, mentre il turno del mattino caracollava a passo lento verso la conclusione.
Tu che ti sforzavi di non tamburellare con le dita sul bordo sbrecciato del tavolino, mentre lei veniva a riempirti nuovamente la tazza con caffè tiepido e acquoso.
Il tizio in nero che ti sedeva accanto sorseggiando acqua da una bottiglietta di plastica, mentre parlava a voce bassa. Le parole gli piovevano fuori dalla bocca, come brandelli di carne cruda.
“Eh sì, l’avevi proprio studiata bene…fregare i fondi neri della compagnia per cui lavori. Insomma, denaro sporco. Come si dice? Frodato allo Stato. Frutto di una serie di maneggi contabili non proprio cristallini. A chi verrebbe in mente di denunciarlo? Pronto, polizia? Vorrei denunciare il furto di un milione di dollari che non dovrei mai aver posseduto…ma te lo immagini?”
Si era interrotto quando aveva realizzato che non lo stavi affatto ascoltando. Stavi ancora seguendo con lo sguardo la cameriera che completava il giro di rabbocco delle tazze di caffè ai pochi avventori della tarda mattinata.
“Ehi amico!”
Il tizio in nero che allungava una mano. Le dita ti si sono strette appena attorno al braccio. Un tocco discreto, ma fermo. Pressione calibratissima dei polpastrelli sul tessuto della manica. Un tocco professionale, che ti ha fatto girare. Sotto la sua giacca potevi intuire una fondina ascellare. Quando ti aveva prelevato al motel, mezzora prima, il calcio della Glock 9 mm gli sporgeva invece dalla cinta dei calzoni. In bella vista. Sul davanti. Come un cazzo supplementare per qualche giochino perverso.
Il tizio in nero che soffocava un ghigno.
Più tardi. mentre vi rimettevate in viaggio, ti aveva spiegato che il bassopiano verso cui vi sareste diretti, deviando dalla statale dopo aver fatto una decina di chilometri a nord, era in realtà un enorme cratere meteorico.
” Un posto dove cinque milioni di anni fa il cielo ha toccato la terra” aveva ammiccato.
“Un buon posto per morire.”

Poi il drappo del silenzio inizierà a coprire ogni cosa.
E da qualche parte, per un momento, ci sarà ancora lei.
Un cerchio senza centro. Un paradosso. Una pulsazione costante che vibra sottile, nella luce che cade dall’alto.
Tempi che non hanno combaciato. Scansioni imperfette. Mani che non si sono incontrate. Labbra che non si cercheranno più. E quello scisma nella tua testa.
La rivedrai seduta a terra, la schiena appoggiata alle pareti di assi della baracca degli attrezzi, maglietta rossa, maniche lunghe tirate su fino al gomito, polso sottile, ulna e radio in coppia aggraziata, e ogni muscolo del viso immobile. Come una bellissima maschera funeraria. E le mani nervose, come sempre, invece, a tormentare gli orli della camicetta blu piegata sulle ginocchia.
“C’è altro?” le starai chiedendo, accorgendoti di aver inghiottito la sillaba “un” all’ultimo istante.
Lei esiterà e soffocherà un sospiro, perché capirà. Scuoterà appena il capo. Ma non ti guarderà negli occhi.
Cinquanta milioni di anni luce. Una colonia dimenticata, navi affondate, le luci del tramonto su un delta sabbioso.
“Allora è soltanto finita?” domanderai.

Ancora, riavvolgendo il nastro: il tizio in nero che volava attraverso il parabrezza, come un manichino da crash test.
Al rallentatore, nella luce ambrata che fluisce nell’abitacolo. Non aveva le cinture allacciate. E non c’era airbag sul lato del passeggero.
Giocherellava con la Glock in grembo, vibrando appena di un nervosismo leggero e controllato, sotto la patina di ghiaccio australe che gli avvolgeva il profilo magro e affilato.
La coda dell’occhio ti era scivolata per l’ennesima volta sul filare di piloni della linea elettrica che da chilometri correva parallela alla strada.
È stato allora che dopo una decisa sterzata in accelerazione, il muso dell’auto aveva puntato oltre la carreggiata e si era schiantato contro la base di legno verniciato di uno dei pali.
Il cofano si era sollevato come un foglio di carta strappato da un quaderno.
La griglia anteriore era implosa.
Materia che obbediva docilmente alle leggi della fisica.
Intanto, quasi divelto, il palo si era inclinato verso il deserto, senza piegarsi o spezzarsi, e i cavi della corrente che teneva sospesi a quasi dieci metri d’altezza avevano danzato per un attimo nella polvere giallastra come crotali impazziti, prima di restare immobili sul terreno.

03-Tramonto-sole
Sul finale, solo un’altra morbida dissolvenza in nero a riportarti indietro.
Intanto l’aria si starà facendo sempre più tersa, mentre la luce della sera cade rallentata sulla terra. Spire rosa pallido accerchieranno l’orizzonte.
Galoppo leggero e lontano di cani selvatici.
Sopra l’orizzonte, una fascia azzurra che scivolerà verso una tonalità sempre più profonda di blu, man mano che sale verso la sommità della volta celeste.
Per un breve attimo, di nuovo lei, sulla soglia, mentre fuori il cielo è sempre una tela strappata, e la pioggia cade fitta e sottile, come a novembre, benché agosto non sia ancora terminato. Si riassetta le pieghe della gonna. Ancora qualcosa di profondo e triste in fondo allo stesso sguardo. Niente. Solo un velo che le offusca il viso. Una nota distante che riverbera nello scroscio dell’acqua sul vetro della finestra.
Poi di nuovo il deserto. I lemuri che strisceranno invisibili dietro i cespugli. Presenze, intente a rubare l’officio funebre alla brezza già spenta, mentre smetterai di strisciare.
Spumeggianti nelle tinte del tramonto, stuoli sospesi di nuvole compatte, come avanguardie di una flotta aliena.
Dunque, è cosi che tutto finisce?

Credi che i tuoi padri ti stiano guardando?
Che ti valutino nel loro libro mastro? Secondo quale criterio?
Non esiste nessun libro mastro e i tuoi padri sono morti e sepolti.
(Cormac McCarthy)

C’è Kurtz che mi sussurra “Dai”
Delicato.
Amorevole, quasi.
E poi c’è il mio dito che accarezza il grilletto.
Altrettanto delicato.
E amorevole.
“Il fucile. Lo devi trattare come una femmina” mi aveva spiegato quando me lo aveva messo tra le braccia.
Una perfetta riproduzione del celebre fucile d’assalto di fabbricazione tedesca Heckler & Koch G3 calibro 7,62.
Almeno era quello che pensavo.
“Adesso i crucchi usano il G36” mi diceva mentre lo tirava fuori da un custodia di nylon nera. “Una bella bestia pure lui, ma molto meno elegante.”
Poi c’è la detonazione secca che mi assorda. Il calcio dell’arma che mi si inchioda alla clavicola. L’abitacolo che si satura dell’odore della cordite bruciata. Il fagotto di vaga forma umanoide, appeso ad una scala di corda sotto il davanzale di una finestra a cinquanta metri dallo spiazzo in cui siamo parcheggiati, che esplode in una girandola di gommapiuma e stoffa rossa. Un allarme che parte ad ululare con un fastidioso timbro acuto. Un paio di cani che cominciano ad abbaiare rauchi.
“Ma non mi avevi detto che era ad aria compressa!” chiedo, mentre lui, ridendo come un pazzo, mette in moto e sgasando con moderata euforia si ributta in strada.
“Io? Quando mai?”
Metto il fucile in sicurezza, me lo appoggio in grembo, mi allaccio la cintura.
E taccio.
In effetti, ora che ci penso, non lo ha mai detto.

Kurtz dice che sono già due anni che lo fa.
Il primo anno aveva una fionda con le biglie d’acciaio. L’anno scorso una carabina a pallini. Quest’anno deve un favore a Teodor, l’autista serbo che carica i container per la Bulgaria.
“Gli tengo il ferro finché non torna da queste parti dopo le ferie. Lo deve far passare in Austria.
Dice che ha dei parenti un po’ birichini a Vienna.
Gente che si diverte ad andare in banca.
E dato che è passato di mano in mano, mi ha chiesto di verificare che fosse tutto funzionante”
È così che la vigilia di Natale siamo finiti a sparare con un fucile da guerra ai pupazzi di Babbo Natale appesi ai muri delle case. Leggi il seguito di questo post »

Hemigway e l’elefante (ovvero: ciò che accadde al colloquio)

SerenaSofia era quella che in gergo si potrebbe definire una bella puledra.
Atletica e tonica nel suo completino blu elettrico. Spalle definite da anni di nuoto pinnato o pallavolo, e guance segnate dai residui di un’acne giovanile ancora non del tutto superata, ma comunque ben mimetizzata con pochi e sapienti colpi di fondotinta.
Mi aveva fatto accomodare sulla stessa sedia dove pochi minuti prima era stata seduta la ragazza-ramapiteco, che uscendo mi aveva rivolto un saluto frettoloso, smozzicando un “in bocca al lupo” di cui non pareva davvero troppo convinta.
Dopo che mi ero seduto aveva esordito con un tono squillante che sprizzava attivismo ed efficienza: “Allora, Perché siamo qui?”
Si stava mettendo male, avevo subito pensato, abbozzando un sorriso che voleva essere interlocutorio.
SerenaSofia voleva prenderla larga. Impostare una conversazione sui massimi sistemi. Tirare in ballo orientamenti valoriali e visioni del mondo del candidato, prima di passare al vaglio delle competenze settoriali specifiche. Niente di più probabile che volesse far fruttare le conoscenze acquisite al master in gestione delle risorse umane che aveva fatto dopo la laurea in psicologia, o magari in scienze dell’educazione. Due semestri a 4500 euro, un fine settimana sì e uno no a Milano, con la benedizione di papà e mamma, – libero professionista, tipo architetto o ingegnere lui, dipendente pubblica di rango medio alto tipo al provveditorato o all’Azienda Sanitaria Locale lei -, che dopo cinque anni di tasse universitarie non si erano tirati indietro e avevano foraggiato ben volentieri quella che doveva essere un’opportunità per la loro unica rampolla di raggiungere una posizione di prestigio e responsabilità all’interno del rutilante mondo del lavoro.
Dunque avevo sorriso. Avevo tratto un gran respiro. Avevo valutato se dirle tutta la verità.
Dirle che semplicemente non ne potevo più.
Dirle che “da una certa data la mia vita si è coricata senza fiato e non si muove più” , giusto per percepire il lampo nei sui occhi nel caso avesse colto la citazione, cosa assai improbabile dato che quando i Marlene Kuntz incisero quella canzone SerenaSofia stava probabilmente terminando le elementari.
Dirle che quando ero bambino, non avrei mai pensato che andasse a finire così.
Oppure dirle che da qualche parte bisogna pur cominciare. Per esempio da un maledetto, fottuto, odioso lavoro. Il lavoro che nobilita. Chi non ce l’ha. No, questo non glielo potevo dire, anche se lo pensavo. E avevo pensato che nemmeno avrebbe gradito una digressione sul ruolo sostanzialmente e meramente ideologico in senso forte, marxiano e marxista, dell’etica del lavoro, intesa come dispositivo di controllo sociale e di oppressione delle classi subalterne, in un sistema oramai totalmente dominato dagli imperativi funzionali del post-capitalismo maturo e dall’ordine che è prima di tutto un ordine del discorso, come avrebbe detto Foucault, neoliberista.
Però avrei potuto dirle che insomma dove lavoravo oramai ogni trillo del telefono erano quindici anni di vita in meno. Ogni email, ogni foglio che usciva dal fax o dalla stampante, erano il possibile atto iniziale di una guerra termonucleare planetaria. Ogni parola dei colleghi il preludio ad una gastrite di proporzioni colossali. E che quando alla sera uscivo dall’ufficio e mi ficcavo nel traffico, capitava a volte che pensassi a come sarebbe stato speronare qualcuno.
Oppure dirle che l’affitto dell’appartamento che da quasi un anno e mezzo abitavo da solo stava diventando insostenibile con lo stipendio che guadagnavo spedendo articoli di cancelleria in giro per l’Italia per una società commerciale diventata da poco proprietà di un gruppo industriale cinese.
Insomma avrei potuto tessere un ordito di preoccupazioni molto pratiche e prosaiche con una trama di vaghe ma sintetiche aspirazioni al cambiamento e a un percorso di crescita personale mirato raggiungimento di nuovi traguardi in ambito professionale, almeno per giustificare il fatto che quel pomeriggio mi ero preso due ore di permesso per essere lì.
Invece mi ero limitato a rispondere “Perché no?” con il tono incerto e colpevole con cui si risponde all’insegnante che ti ha appena chiamato per un’interrogazione su cui non sei assolutamente preparato, avendo passato tutto il pomeriggio del giorno prima nella tua cameretta ad ascoltare musica in cuffia e a pisolare in penombra.
E avevo segnato la mia fine.
Quando mi aveva chiesto come mai avevo scelto di propormi nel campo delle onoranze funebri, non ero riuscito ad andare oltre un banale “Mi pare un settore destinato a non conoscere cali. Tutti dobbiamo morire prima o poi, no?” Chissà quante altre volte l’aveva già sentita durante quel ciclo di interviste di selezione. SerenaSofia aveva sollevato gli occhi al cielo. Prima di ricomporsi, la maschera di cordiale e stereotipata professionalità che portava con naturalezza aveva ceduto per un’infinitesima frazione di secondo a una genuina espressione spazientita.
Così mi ero giocato la storia del mio bisnonno Giovanbattista.
Esercitava il mestiere di falegname in un paesino delle retrovie del fronte della Grande Guerra poco distante da Fossalta di Piave. Dopo che le linee si erano assetate lungo il corso del fiume, alla fine del ‘ 17, il comando di divisione locale aveva iniziato a commissionargli cofani mortuari per il trasporto delle salme dei caduti in combattimento. Le quantità erano ben presto divenute industriali. Al punto che aveva dovuto assumere cinque lavoranti, che in capo a tre mesi erano diventati dieci. E aveva fatto i soldi. Dopo la fine della guerra, si era sbarazzato della falegnameria e aveva investito tutto in terreni. Una famiglia di nobili decaduti del circondario gli aveva venduto un villino con una grande tenuta nella golena del Piave e da quel momento ci aveva vissuto amministrando gli affitti e i proventi delle vendite delle sue proprietà terriere.
Qualche anno dopo essersi trasferito nella tenuta, da un vecchio circo male in arnese di passaggio aveva comprato un elefante indiano ammaestrato, che era diventato l’attrazione per tutti i bambini della zona. Lo teneva libero nel parco, e alla domenica pomeriggio apriva i cancelli per farlo ammirare al pubblico. Non faceva pagare l’ingresso, ma offriva bibite e biscottini a mezza lira al pezzo e le noccioline per l’elefante a settantacinque centesimi al cartoccio. Aveva sempre avuto il senso degli affari. Durante una di quelle domeniche pomeriggio mio nonno avrebbe conosciuto la bambina che poi sarebbe diventata sua moglie e mia nonna, ma questa è un’altra storia.
Quella di Giovanbattista raccontava che sarebbe morto in pace, circondato dall’affetto dei familiari e con tutti i conforti spirituali del caso, nel 1939. Fu seppellito in una delle sue bare spartane, fatte di grezze assi di faggio inchiodate, con le maniglie di corda di canapa grossolana. Ne aveva tenuta una per sé, dopo la fine della guerra, a voler sempre ricordare da dove avevano avuto origine le sue fortune.
Al museo della Grande Guerra della biblioteca di Portogruaro ci sono due sue foto. Una lo ritrae a cassetta di un carro stipato di cofani mortuari, sull’argine tra Fossalta a Musile di Piave. L’altra lo vede sorridere in posa insieme a un gruppo di ausiliari americani della Croce Rossa. L’ultimo a sinistra rispondeva al nome di Ernest Hemingway.
Avevo finito di raccontare. Non avevo più una goccia di saliva in gola. Nella saletta era calato un silenzio siderale.
SerenaSofia continuava a giocherellare con il pulsante della penna biro con cui aveva iniziato a prendere qualche appunto ad inizio del colloquio.
L’avevo sempre trovata una bella storia. L’elefante nel giardino le dava quella pennellata esotica-naif che la rendeva quasi tenera. Ed Hemingway sul finale, l’apertura di prospettiva che la metteva in collegamento con la Storia con la S maiuscola.
Senza smettere di cincischiare con il pulsante della biro, SerenaSofia mi guardava. Come si potrebbe guardare un uomo con una gallina in braccio e un cappello di lana cotta da pastore calcato in testa. Alle tre del mattino. Sul cornicione del palazzo di fronte. Nudo.
Appariva chiaro a entrambi che non c’era molto altro da dire
Così mi ero alzato. La seduta in similpelle aveva rumoreggiato.
Avevo salutato con un timido cenno del capo e avevo lasciato la stanza.
Mentre uscivo dall’agenzia, mi ero chiesto se SerenaSofia, con la sua laurea, il suo master, il suo completo blu elettrico e il suo caschetto biondo ce l’avesse una vaga idea di chi fosse Ernest Hemingway.

Capezzoli e problemi di circolazione venosa

La ragazza-rampiteco sta leggendo un libro che si intitola Tutto quello che avreste voluto sapere sul vostro corpo e non avete mai osato chiedere. Me lo ha fatto vedere prima di rimetterlo in borsa e di buttare giù l’ultimo sorso del beverone allo zenzero e menta.
Adesso capisco perché quando ero arrivato mi aveva chiesto se sapevo quanti litri di saliva produce un essere umano nel corso della sua vita.
“Me l’ero portato nel caso fossi stato uno di quelli che non arrivano puntuali” spiega.
“Ti avevo dato questa impressione?”
“No. Ma magari poteva capitarti qualcosa per strada. Un disguido. Un imprevisto. Un qui pro quo.
Magari eri convinto che l’appuntamento fosse alle sette e mezza anziché sette.
Oppure ti poteva fermare la polizia municipale. O la stradale.
Poteva capitarti qualcosa per strada. Una foratura. Un piccolo tamponamento. La batteria che ti pianta sul più bello.
A un semaforo poteva piombarti a bordo un tizio, dato che credo tu abbia la pessima abitudine di viaggiare senza inserire il blocco delle portiere. Un tipo segaligno, agitato e febbrile, con gli occhi iniettati di giallo itterico e la barba color topo non fatta da almeno una settimana, che ti avrebbe puntato un coltello alla gola e ti avrebbe ordinato di portarlo fuori città, costretto a guidare lungo tutta la tangenziale in corsia di sorpasso fino a un vecchio capannone dismesso dove ti avrebbe gettato in pasto al suo branco di maiali da combattimento.
“Non sono venuto in macchina” ribatto, e do fondo al mio Bianco-Sarti, di cui, proprio in quel preciso momento ricordo una vecchia pubblicità con il tenente Kojak, al secolo Aristotelis “Telly” Savalas. Roba dei primi anni ’80, mi pare. “Bianco sarti. Aperitivo vigorossso” diceva il claim, mi pare.
Erano gli anni in cui d’estate andavo al mare con Corinna e la sua famiglia.
All’epoca non potevamo andare in vacanza: mio nonno, l’unico rimasto quando ero venuto al mondo, l’unico che avevo conosciuto insomma, era malato e non poteva essere trasportato, così i miei genitori approfittavano della gentilezza e della disponibilità dei nostri amici, e mi cercavano sempre di aggregarmi alle loro vacanze. Ricordo una località di mare, una villetta di ringhiera fronte spiaggia. La luce del bagno. Prima di cena. Non avevo più pensato a questa cosa da almeno trentacinque anni. La doccia insieme. Io e Corinna, all’ultimo scorcio di elementari, separati da poco meno di un anno. Nudi come vermi. L’abbronzatura leggera. Le mie ossa ancora cave e sottili come quelle di un uccello o di una salamandra. Il suo primo accenno di seno e di peluria pubica. Non ricordo alcuna pulsione, però.
“Magari potevi inciampare sulle stringhe delle tue scarpe” dice intanto la ragazza-ramapiteco “Battere la testa sul cemento del marciapiede, procurarti una frattura della base cranica e finire i tuoi giorni biascicando pappe di semolino e piselli su una sedia a rotelle in qualche casa di riposo-lager gestita da cinesi”.
“Preferivo i maiali da combattimento”.
La ragazza-ramapiteco scuote la testa, fingendosi stizzita.
Ha un nome che ho deciso di non scrivere qui, non perché intenda rispettare la sua privacy o la sua sensibilità, ma perché si tratta di uno dei nomi più ridicoli e cacofonici che mi sia mai capitato di sentire.
“Non avevo dubbi” sibila mettendoci un po’ troppa finta enfasi.
Po mi dice: “E se andassimo a mangiare un boccone?”e frena una smorfia che forse è uno sbadiglio.
Mi guardo intorno. Sono ormai le nove e un quarto. I clienti rimasti sono pochi. La musica si sta abbassando.
Al tavolo accanto al nostro una pattuglia di matrone da recupero, tutte più vicine ai cinquanta che ai quaranta, flirta a distanza con il barman dietro al bancone, che ha la metà dei loro anni, i capelli corti e neri, scolpiti da rasoiate precise e tatuaggi buttati con noncuranza un po’ ovunque: alla base del collo, dietro i gomiti, sul pomo d’adamo, perfino sulle nocche. Una batteria di braccialetti etnici al polso destro. A quello sinistro, un lungo polsino di spugna nero. Spero non stia tentando di scimmiottare James Hetfield, voce e chitarra ritmica degli ormai compianti Metallica, perché, come avrebbe detto il nonno di cui sopra (traduco liberamente dal dialetto), “non ci assomiglia nemmeno nell’atto di mingere” .
Mi hanno detto che dopo che avevamo rotto, Silia era uscita per un periodo con un tipo simile.
Ma questa è un’altra storia.
La ragazza-ramapiteco mi chiede che me ne è parso del colloquio dell’altro giorno.
Le chiedo se per caso ha già avuto qualche notizia.
Lei scuote la testa. Ci vorrà ancora qualche giorno. Il giro di colloqui finisce la settimana prossima, le ha detto SerenaSofia. SerenaSofia è il nome della selezionatrice, deduco. Già la chiama per nome.
“Che te ne è parso di quella specie di prova pratica?” mi chiede.
I capezzoli di una delle matrone di recupero. La coda dell’occhio mi ci cade sopra in continuazione da quando si sono accomodate al tavolo mezzora fa. Coronano due seni pesanti e affusolati e sembrano trafiggere il golfino traforato color malva che indossa. Sotto, una banale gonna a tubino beige e dei ridicoli sandali da legionario romano che le si inerpicano fino a metà dei polpacci torniti e depilati da poco.
“E se andassimo a cena dal messicano?” rilancio, cercando di cambiare discorso e di scacciare dalla mente certe immagini subliminali della matrona e dei suoi capezzoli da battaglia che, ne sono sicuro, ora tormenteranno le mie notti come segugi famelici alle calcagna di un evaso.
La ragazza-ramapiteco scuote la testa.
“Le mie emorroidi me la farebbero pagare fino al prossimo anno bisestile” dice.

La vergine del diorama

La ragazza-ramapiteco sorride.
Scopre i denti, che gli zigzagano in bocca appena un po’ irregolari, ma bianchissimi.
“Ti crea disagio il fatto che sia un po’ più pelosa del normale?” chiede mentre centellina un’altra sorsata di un intruglio color detersivo per piatti che manda un vago odore di menta e zenzero.
Il locale dove sediamo da un’oretta abbondante si va svuotando. Sono già passate le nove, e dopo l’aperitivo, le folle sub urbane sciamano per lo più verso le hamburgherie gourmet a finto chilometro zero, i pub pseudo irlandesi, le steak-house posticce e i sushi bar in franchising del centro storico.
“Definisci disagio” dico io.
L’alternativa era “Definisci normale”.
A considerarlo bene, l’odore di menta è zenzero non è affatto vago.
Bevo il mio Bianco Sarti con ghiaccio e scorzetta di limone – quando l’ho ordinato la cameriera ha strabuzzato gli occhi come se le avessi chiesto la tabellina del nove al contrario a salti di due – e me ne sento comunque la gola e le narici invase.
Impregnate rende forse più l’idea, ma è una parola che non mi piace affatto.
Bevo il mio Bianco Sarti e guardo la ragazza-ramapiteco.
Il viso è un po’ squadrato. L’ombra di consistente peluria che le percorre il filo della mascella lo rende se possibile ancora più geometrico.
Lei allora precisa: “Se dovessimo scopare, avresti difficoltà ad ottenere un’erezione decente con cui potermi soddisfare appieno?”
Mentre mi fa questa domanda sbatte leziosamente le palpebre. Poi inarca le sopracciglia, che sono folte come spazzole, ma restano separate. Non capisco se si depila il punto della fronte appena sopra l’attaccatura del naso per evitare l’effetto monociglio.
La risposta naturale, la risposta stereotipa, la risposta che mi muore sulla punta della lingua un istante prima di pronunciarla, quella che ora come ora utilizzerei in una situazione del genere con qualsiasi o quasi altra femmina sopra i sedici e sotto i sessanta che mi rivolgesse la stessa domanda sarebbe “Forse dovremmo provare”.
Invece dico solo “Non ne ho idea”.
Dico anche “Magari non dipenderebbe da questo”.
La ragazza-ramapiteco aggrotta la fronte.
È una fronte che spiove verso il basso, come quella di certi ominidi dell’epoca preistorica, le cui riproduzioni si possono vedere nei diorami del museo di storia naturale. Quello che mi piaceva tanto contemplare quando ero bambino si intitolava L’alba dell’uomo.
Avrei scoperto solo più tardi che così si intitolava anche il prologo di 2001 Odissea nello spazio.
La scena principale raffigurava un gruppo di ominidi intenti a scuoiare un’antilope a mani nude in un piccolo avvallamento perso nella savana primordiale. C’era anche la ragazza-ramapiteco. In un angolo, in secondo piano, sotto le fronde di un albero di plastica e polistirene dipinto con l’aerografo. Con la stessa fronte aggrottata di adesso, solcata da rughe già profonde quasi quanto canyon nonostante sfiori di poco i trent’anni, – almeno credo li sfiori di poco -. Chi aveva allestito il diorama l’aveva messa a raccogliere larve da un termitaio.
“È che sono un filino fuori allenamento” dico.
Lei mi fissa. Ha occhi grandi e liquidi, che le danno un’espressione placida e un po’ ottusa.
Non beve.
Non pesca le ultime patatine dalla scodellina che la cameriera ci ha portato con gli aperitivi
Tace.
Mi guarda.
Non sgranocchia neppure le noccioline, le arachidi, gli anacardi.
“È un po’ di tempo che non pratico” mi sento in dovere di aggiungere per cercare di colmare un silenzio che si va caricando di imbarazzo. Mentre lo dico, cerco di non pensare che è davvero tanto. Troppo. Stagioni, ormai.
“Io non l’ho mai fatto” dice.
Mi chiedo per un attimo se magari dovrei esserne sorpreso.
Considero la pelle ruvida sopra al suo labbro superiore piuttosto sporgente e il naso leggermente schiacciato. Considero le sue dita lunghe e ossute che pescano una manciata di termiti caramellate dalla scodellina che ha ordinato espressamente e corrono veloci alla bocca.
E decido che non è il caso.
“Quindi come faresti a sapere se la mia erezione è decente e il mio operato soddisfacente?” ribatto. Solo dopo averla mitragliata fuori, mi rendo conto che la risposta potrebbe suonare un po’ acida e malevola, e per di più in rima baciata.
La ragazza-ramapiteco si liscia il pelo sottile e scuro che le ricopre gli avambracci.
“Porno.” dice “Ho visto, vedo e vedrò un sacco di porno”.

 Tecniche di persuasione occulta

Devo dire che quando l’ho conosciuta ero parecchio sotto pressione.
Stavo cercando i tutti i modi di cambiare lavoro.
Dormivo poco.
Dormivo male.
Diciamo pure che non ne potevo più.
Certe volte pensavo a come sarebbe se andando al lavoro, mi avessero speronato ad un incrocio. Nulla di che, certo. Qualche frattura a qualche osso relativamente inutile, qualche leggero trauma alle vertebre, e un bel certificato con trenta giorni di malattia.
Così leggevo tutte le inserzioni che mi capitava di trovare. Da quelle sui quotidiani a quelle sulle vetrate dei minimarket, passando per i giornaletti di annunci economici, i siti internet, le rubriche a notte altissima sulle tivù locali tra una televendita di beveroni dimagranti e le lezioni universitarie di Econometria applicata e Filosofia Teoretica (corso progredito) del Consorzio Nettuno su qualche canale in tripla cifra del digitale terrestre.
Gli annunci erano tutti telegrafici. Sprizzavano dinamismo e efficienza ad ogni segno di interpunzione che non c’era.
Io intanto spedivo curriculum a destra e a manca.
Battevo le agenzie di lavoro interinale con metodica precisione e costanza.
Compilavo moduli, riempio questionari, colloquiavo con addette alla selezione bionde e carine, quasi tutte fidanzate ideali. Simulavo entusiasmo, dedizione, volontà di migliorare e un senso del dovere e della responsabilità degni di un padre di famiglia cattolico osservante.
La ragazza-ramapiteco l’ho conosciuta in una di queste agenzie.
Eravamo in attesa di fare il colloquio per la stessa posizione. Era la candidata che doveva presentarsi esattamente prima di me.
“Credo di essere tagliata su misura per questo posto” mi aveva confidato.
“Hai esperienza nel ramo?” avevo chiesto. Io non ce l’avevo. E lei, avevo pensato mentre la guardavo con attenzione per la prima volta, sul ramo poteva al massimo restarci appollaiata a spulciarsi e a piluccare muschio e scaglie di corteccia.
Un pensiero cattivo, si potrebbe dire. Certo, non lo nego, ma uno più uno meno, ormai non fa differenza.
Lei aveva scosso la testa.
Funzionario addetto recupero crediti per agenzia onoranze funebri recitava l’annuncio a cui avevamo risposto entrambi.
“Però credo di essere brava a convincere le persone” aveva detto.
Avevo esitato un attimo, incerto se raccontarle che da qualche settimana ogni sera avevo iniziato ad esercitarmi a fare iniezioni su quarti di pollo scongelati e a misurare la pressione al gatto dei vicini. Poi prima di andare a letto, mi infilavo una parrucca bionda in testa. Camminavo in camera su un paio di sandali con le zeppe. Provavo il mio accento ucraino. L’idea era quella di rispondere all’annuncio del bollettino parrocchiale per una badante tuttofare meglio se con esperienza infermieristica, per una coppia di coniugi anziani ormai non più autosufficienti.
Benestanti. Per decenni avevano gestito l’unica merceria del quartiere. La classica botteguccia stretta e scura, stipata di mensole e scaffali stracarichi di merci improbabili. Gomitoli di filo e quadri elettrici a cinque poli. Flaconi di trielina e pastelli a cera. Palline di canfora e pirofile da forno. Mai un giorno di vacanza in quarant’anni, la Fiat 124 color melograno, oramai arenata in garage da quando al vecchio un paio di anni fa non hanno più rinnovato la patente, e soprattutto un conto in banca a sei zeri.
Alla fine avevo evitato.
“Davvero?” avevo chiesto. “Tipo, tecniche di persuasione occulta?”
“Tipo” aveva annuito in tono vago.
“E come funzionano?”
Lei aveva inclinato leggermente la testa di lato.
“Vengo a casa tua” aveva detto, facendosi più vicina, il volume della voce che slittava inesorabile verso un sussurro lieve e confidenziale “Magari una sera delle prossime. Potrei portare del cinese per asporto. Ravioli al vapore e pollo alla soia. Da mangiare sul divano, guardando un film in dvd. O il canale delle previsioni del tempo. La birra cinese però mi gonfia. Vedi di avere in frigo del vino bianco fermo e non troppo giovane”.
La cosa strana era che mentre parlava riuscivo a visualizzare perfettamente la scena. Come stesse pompando i fotogrammi direttamente nella mia corteccia cerebrale. Come una telepate scappata da qualche centro di ricerca segreto del governo.
E così capita che siamo lì sul mio divano male in arnese. La luce è bassa, come miele. Densa e pastosa. Un altro paio di bicchieri. Vanno giù lisci. È passata quasi un’ora e mezza dacché abbiamo finito di mangiare. Ci siamo già detti un po’ tutto quello che ci si può dire un un’ora e mezza tra involtini primavera, spaghetti di soia e un paio di porzioni di gamberi in agrodolce. Anche il canale delle previsioni del tempo segna il passo. In loop, carte barometriche del Golfo di Botnia mettono in scena ormai da un’ora una ragnatela ciclonica che nelle prossime 48-72 ore porterà ghiaccio e neve su Finlandia, Polonia e Paesi Baltici. Ci sfioriamo le mani, a un certo punto. Poi le nostre teste si fanno più vicine. I volti si sfiorano. Il suo respiro si fa più corto. E caldo. Le labbra vibrano. Il suo profumo, che ricorda vagamente lo zenzero e la menta, mi assalta le narici. È che ci sembra naturale. Due adulti consenzienti, dopo un piacevole serata. Sul divano. E il fatto che lei, comunque la si guardi, assomigli più a una scimmia che a un essere umano non mi pare possa o debba costituire un ostacolo rilevante al fatto che ora la possa abbracciare e poi…
La porta dell’ufficio di fronte a cui siamo seduti si era aperta ed era comparsa la selezionatrice, in tailleur blu elettrico e coda caschetto biondo platino supersagomato.
La ragazza-ramapiteco si era alzata e le era corsa incontro.
“Eccomi” aveva detto stringendole la mano, stringata e nient’ affatto cerimoniosa “La prossima sono io”.
La selezionatrice l’aveva fatta accomodare e aveva chiuso la porta, e io ero tornato a dedicarmi ai cartellini con gli annunci che tappezzavano le bacheche che coprivano le vetrate interne dell’agenzia:

“Sportellista per importante gruppo bancario”
“Impiegato commerciale per affermata azienda nel settore meccanico”
“Addetto/a al customer care per primaria società di intermediazione finanziaria”
“Funzionario ispettivo marchio alimentare leader”
“Agente di commercio settore igiene intima. Fisso mensile provvigioni interessanti.” “Telefonista part time addetto prenotazioni per prestigiosa beauty farm veterinaria”
“Programmatore impianto curvatubi cnc lettura disegno linguaggio iso”
“Operatore dinamico, appassionato cottura alla brace per reparto galletti, birreria seleziona per potenziamento organico”
“Tassidermista con esperienza anche minima per museo diocesano di storia naturale. Gradita esperienza con mustelidi e ungulati”
“Sparring partners per campione Risiko preparazione importante torneo internazionale cercasi astenersi principianti e pacifisti”

Mi ero detto che probabilmente per quest’ultima posizione, avevo qualche possibilità.
Inutile dire che il posto per cui eravamo entrambi a colloquio, alla fine lo dettero a lei.

Il giorno nasce stanco quando il mondo
che ritrovi è quello che hai lasciato.
(Massimo Volume)

Quando sente che è il momento, glielo toglie dalle mani e mentre la bacia stringendola a sé si viene sulla pancia, attorno all’ombelico e sul torace.
Poi si staccano e restano per un po’ così, sfatti e ansimanti sul letto. Però lo infastidisce restare inzaccherato. Così si alza e va in bagno. Nudo, davanti allo specchio sopra il lavandino, nota che la barba è un po’ troppo lunga.
Sara gli avrebbe già chiesto di tagliarla da un pezzo.
A Linda invece pare che non interessi.
Dal salotto arriva l’audio basso della tivù. Una voce femminile al telefono racconta della sua conversione alla fede. Telechiara, suppone lui. Anzi, come si chiama adesso Tivù 2000. L’emittente della Conferenza Episcopale Italiana.
Si pulisce con la carta igienica.
Afferra il flaconcino di sapone liquido, lo stappa e se ne versa un po’ sulle dita.
Gli ha sempre fatto pensare allo sperma. Solo che odora di pulito. Questo per esempio sa di vaniglia.
In effetti il colore non è proprio quello dello sperma. Un po’ più sul beige.
E anche la consistenza non è la stessa. Il sapone è più denso.
Apre il rubinetto e dopo aver inumidito la mano inizia a ripulirsi.

Quel sapone l’ha comprato un paio di giorni fa, al supermercato.
Era in promozione. Prendi tre e paghi due.
Oramai è diventato abilissimo a non tamponare gli altri clienti o a non urtare gli espositori anche nelle ore di punta. Spinge il carrello lungo le trincee degli scaffali, manovra con destrezza attorno ai bancali su cui si ammonticchiano le offerte speciali.
A volte compra fagioli al vapore in barattolo, altre volte detergente per vetri, pantofole in pile e dvd di quinta visione a un euro, altre volte ancora bagnoschiuma al sandalo e piantine di basilico fresco che poi lascia appassire in terrazza, o tovaglie di plastica, anacardi abissini, aringhe argentine e fiaschi di Chianti imbottigliato a Rovigo.
Spinge il carrello e intanto doppia mentalmente i motivetti delle canzoni in filodiffusione, facendo i falsetti quando ce n’è bisogno, tutto nella testa, per carità. Senza nemmeno muovere le labbra.
Non vorrebbe mica lo prendessero per matto, al massimo sarebbe disposto a farsi riconoscere per quello che è: un cittadino disciplinato dell’Impero, un consumatore occidentale terminale, un devoto della monoporzione, ossessionato dalle promozioni, di collocazione ideologica sempre più incerta, la cui coscienza critica si è drammaticamente assopita e la cui chiarezza di pensiero è andata tempestosamente smarrita.
Nulla più di un fantasma a cottimo.
Un dybbuk di se stesso.
Un morto vivente in amore.

Mentre si insapona, realizza che sono già quasi quattro mesi che sta scopando con Linda.
Una volta alla settimana, più o meno. Più qualche uscita a bere qualcosa o a mangiare cinese o una pizza. Niente cinema. Lei ha una leggera fobia per i posti chiusi e affollati. E per i film con sangue, aghi, cavalli e ossa che si spezzano. Il teatro la annoia e ascolta quasi solo musica elettronica, che lui invece odia appassionatamente.
L’ha conosciuta in libreria. Fa la commessa part time e studia legge. Non arriva a trent’anni.
Non è ancora del tutto sicuro che abbia mai avuto un orgasmo. Le prime volte, lei si fermava sul più bello. Si irrigidiva. Mormorava “No! No! No!” in un crescendo sempre più veemente fino bloccargli i polsi e ad allontanare le sue dita, due, al momento clou anche tre, dal sesso.
La penetrazione vera e propria era arrivata al terzo o quarto incontro. Così come i baci con la lingua.
Comunque adesso non lo ferma più. Se mormora qualcosa è un “Dio che bello” di circostanza, oppure cose del tipo “Oh sì! Così…”
Gli dice che la riempie per bene. Che a volte le fa un po’ male, ma che fa parte del gioco.
Si autodefinisce una persona “moderata e tranquilla”.
Ma quando lo dice gli occhi le brillano di una luce sottilmente ironica.

Da otto mesi al supermercato lui passa sempre più spesso abbondanti quarti d’ora davanti agli scaffali dei sughi con l’idea abnorme che dalla scelta di una puttanesca invece che di un’arrabbiata scaturiscano implicazioni capitali per il suo destino.
Il suo calendario dice che sono passati otto mesi da quando Sara lo ha lasciato. Per la seconda volta.
Ridisegna la sua storia e il suo cammino attraverso i giorni a partire da poche date in successione cronologica inesorabile.
Lui e Sara che si mettono insieme. Prima, per quanto si sforzi di pensarci, sembra esserci solo una nebbia indistinta. Poi lui e Sara che si lasciano. Ma sarebbe più corretto dire Sara che lo lascia. Poi lui e lei che si rimettono assieme e lei che lo lascia per la seconda volta. È di nuovo corretto dire così.
Il tutto nell’arco di due anni scarsi.
Ridisegna la sua storia, ci mette un quarto d’ora a scegliere un sugo, e intanto spinge il carrello, abbrancato come un naufrago alla barra di spinta orizzontale. Chissà perché, gli sembra di non avere mai fatto altro nella vita.
Le ruote gommate vanno silenziose sulle piastrelle cosparse di varechina, candide che lui ci si potrebbe specchiare.
Anche se in realtà, specchiarcisi è l’ultima cosa che vorrebbe.
Perché sa che se guardasse, ci troverebbe tutta quella babele di fallimentari propositi disattesi che gli atteggiano il viso ad una smorfia costante di disgusto rassegnato.
La stessa smorfia che lo saluta ogni mattina dallo specchio del bagno.
Smorfia della quale ne avrebbe, come si dice in francese, già ben pieni i coglioni.

Lui se lo insapona lasciando scorrere l’acqua nel lavabo.
Linda intanto si è alzata. Si è spostata in cucina. Lui sente che apre il frigo.
“Una birra?” gli chiede.
In sottofondo adesso c’è il commento di un documentario sulla vita di Don Bosco.
Linda entra in bagno mentre se lo sta asciugando.
È nuda e scalza. È magra, pallida, spettinata e regge una lattina da mezzo litro di Franziskaner. L’ultima che c’era in frigo. Prima di cominciare se ne sono fatta una a testa. Gli porge la lattina. “Lascia che ti aiuti” dice. Gli prende l’asciugamano e inizia strofinarglielo sul basso ventre.
Lui butta giù un sorso di birra e le accarezza i capelli.
Biondo cenere. Sottili. Corti. Un accenno di ciuffo, che lui le scosta dalla fronte.
Lei lo abbraccia.
Lui le passa una mano sulla nuca. Niente tenerezza. Nessuna intenzione.
Si stringono e basta.
Puro e semplice attrito.
Lei gli bacia il collo. Leggi il seguito di questo post »

“Solo io ho la chiave di questa parata selvaggia.
(A. RIMBAUD)

                                                           (dissolvenza in apertura)

 Una vecchia utilitaria ferma su una straducola di campagna che taglia praticamente in due una piana coperta di girasoli.
Bundy è seduto al posto di guida, Gein gli è affianco e guarda fuori.
Le bocche di entrambi pulsano di cerchi ed ellissi, mentre in placida, rasserenante litania tirano giù Dio, Gesù Cristo, la Madonna e tutti i Santi dai loro cieli danteschi e luminosi.
Nell’abitacolo c’è puzza di bruciato. Sul sedile posteriore, due mazzi di rose. Sei per mazzo.
Bundy si zittisce all’improvviso e si fionda fuori all’improvviso.
Viene avanti una berlina, i fanali già accesi anche se il sole non è ancora del tutto sparito dietro l’orizzonte.
Oramai è a poco meno di cento metri.
Bundy si abbottona il soprabito, si sistema i capelli, taglio classico, da studente di secchione di lettere o giurisprudenza, ed inizia ad agitare ritmicamente le braccia quando l’auto è a portata di targa.
KB 351 IQ.

“Mi scusi…”.
La donna al volante è una quarantacinque/cinquantenne. Ben vestita, tailleur elegante, camicetta bianca tesa su seni tosti. La pelle appare fresca, il trucco non è eccessivo, i capelli acconciati con cura.
“Abbiamo qualche problema al motore…”. Si è imposto di mantenere una certa distanza di sicurezza, almeno un paio di passi dalla macchina. Tiene le mani nelle tasche del soprabito, il busto non troppo inclinato in avanti, per non dare un’impressione di invadenza e parla con voce calma, senza inflessioni. “Se lei potesse essere così gentile da…”.
Gein gli si accosta proprio in quell’istante. “Vede…” esordisce, anticipandolo, “Sta cercando di dirle che ci prendiamo la sua macchina…”

“Ma che…” risponde la donna.
“Maledetto stupido” pensa Bundy.
Senza dire più nulla Gein si avventa sulla portiera, spalancandola con furia. Prima che Bundy possa fare qualcosa, la donna vola sull’asfalto. Gein non va mai tanto per il sottile in queste situazioni.
Così trascina la donna tra i girasoli, la monta rapidamente, le taglia la gola con il rasoio che il padre, barbiere per quasi trent’anni al manicomio criminale, gli ha lasciato in eredità quando morì, e con lo stesso si prende il suo trofeo.

Più tardi, Gein sta sparando la solita marea di stronzate per tenere viva un’ipotesi di conversazione nata morta. Stronzate che Effe non si dà nemmeno troppa pena di fingere di ascoltare.
Erszebet intanto allunga una mano sotto il tavolo, in cerca di preda.
Trovata.
Dopo un istante di pausa interlocutoria, risale, ossuta, lungo il femore di Bundy come un granchio xenomorfo. Lui la guarda negli occhi innaturalmente verdi per gli strani giochi dell’impianto di illuminazione del locale.
“Tu e il tuo amico vi date sempre appuntamento al cesso?”
La domanda di Effe suona sarcastica, nonostante il tono fastidiosamente puerile, e costringe Gein a riprendere fiato per qualche istante prima di parlare.
“E’ una storia un po’ complicata.” comincia a spiegare. Intanto arrivano le patatine e il club sandwich ed Erszebet accenna ad abbassare la zip dei pantaloni di Bundy.
“Vedi…” sbotta Gein, tentando di camuffare pietosamente l’imbarazzo. Effe tracanna un altro sorso di long drink color detersivo per i piatti e si guarda intorno annoiata, poi si alza di scatto. “Scusa, ma laggiù c’è un’amica che non sento da secoli…”, e si smarca rapida verso il banco.
Bundy stringe la mano di Erszebet sotto il tavolo, bloccata tra le cosce, fredda e vagamente viscida. “Ti sembra il caso?” sussurra mentre la preme contro il proprio inguine.
Tutto quello che vuole sentirsi dire è “Sì”.
Gein si accomiata con la solita discrezione. “Sono stanco, vado a nanna.”
Ha la tipica espressione di chi vorrebbe spaccare qualcosa.
“Buonanotte”
E’ già alla porta.
In quel momento qualcuno esce strillando dalla toilette. In parecchi saltano sulle sedie. “Che cosa…?” si domanda Erszebet accennando ad alzarsi.
Nella confusione qualcuno grida “Chiamate un’ambulanza!”.
Lui le solleva la mano e la sfiora con un bacio. “Andiamo a casa mia!”.
“No. E’ meglio da me.”

Era accaduto tutto in un baleno.
Gacy si era buttato in avanti alzando le mani che si erano chiuse attorno al bavero di Bundy, come due morse.
Era stato allora che un braccio era scattato rapido a cingergli il collo da dietro; si trattava di Gein, che aveva pazientemente atteso lo scoppio della tempesta acquattato nel cubicolo del cesso dove la puzza di merda rancida gli si era insinuata profondamente nelle narici, caricandolo di fuorore assassino e energia distruttiva. Staccò Gacy da Bundy con una facilità addirittura plateale e lo proiettò contro il distributore a muro di profilattici.
Lo spigolo aveva incocciato rumorosamente con la tempia di Gacy, che era stramazzato sul pavimento, ancora abbastanza pulito, dato che la serata è appena iniziata.
“Madonna!” aveva urlato Bundy.
“In fondo è sempre stato una testa di cazzo!” aveva grufolato Gein.
Erano scoppiati a ridere come pazzi, avevano sistemato il corpo nel cubicolo più lontano dalla porta e dai lavandini, spaparanzato sul water con un manico di scopa conficcato giù per la gola, si erano risistemati le camice dentro i pantaloni ed erano usciti rapidamente dal bagno.
“Ok” aveva detto Bundy, controllando l’orologio “Effe ed Erszebet dovrebbero essere qui a momenti…”
“Pensi che avremmo dovuto presentarci con dei fiori?”
“Li avremmo avuti i i fiori, coglione, se non li avessi dimenticati sull’altra macchina”

(1 – continua)

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