ONLY SHALLOW (My Bloody Valentine 1991)
Questa arriva da lontano.
Un complementare del terzo anno: “Storia dell’Europa Occidentale”.
E niente da dire; lei è carina, slanciata, trucco discreto, corti capelli castani e completino serio, ma non troppo.
Parliamo.
Così, per ingannare il tempo, anche lei non conosce nessuno. Ci teniamo sul vago. Cazzate pre esame, mentre i corridoi del Dipartimento di Studi Storici avvampano lenti e silenziosi nell’aria stantia del pomeriggio.
Per quel che mi riguarda, cerco di essere leggero, lottando per non sprofondare il quel mellifluo stato di panico, lo “stadio bianco” lo chiamo, in cui sei preso dalla certezza incontrovertibile di avere dimenticato tutto quello che hai studiato.
Lei pure è piuttosto loquace, ride spesso e sembra non ricordare minimamente a quale conflitto mondiale si riferisca il “lend-lease act” e ad un certo punto, da certi mezzi discorsi che si lascia sfuggire, pare quasi convinta che il Giappone fosse alleato degli Stati Uniti nella guerra ’39 – ’45.
D’accordo, è un attimo confusa.
E intanto considero l’idea delle sue dita affusolate, miracolosamente libere da anelli e patacche.
E rifletto, pensando che non sarebbe affatto male se solo avesse una piccola crisi isterica, e allora magari riuscirei a sfiorarla o a stringerla in un abbraccio affettuoso, certo, senza malizia.
Forse accarezzarle il viso.
Magari sto correndo troppo.
Ed è a questo punto che le cose prendono la più classica delle brutte pieghe, perché lei, sbuffando per il caldo si alza in piedi e decide di togliersi la giacca ed io pudicamente distolgo lo sguardo per un attimo, come se non volessi profanare quel gesto evocatore di intimità ben più riposte, ma quando le riporto gli occhi addosso è come se un guanto d’alluminio arrivasse a rigirarmi le budella, perché lei è in piedi, a pochi passi da me, stagliata nella luce radiosa delle tre, tre e mezza, che mi sorride svagata, come se fosse la cosa più naturale del mondo, restarsene in piedi in mezzo al corridoio, non solo e non tanto senza giacca e sorprendentemente nuda, quanto piuttosto senza le braccia, tranciate di netto appena sotto la spalla, i monconi cauterizzati ad arte, mentre con la coda dell’occhio noto che le maniche della giacca abbandonata sullo schienale di una sedia sono farcite da protesi evidentemente ipertecnologiche, dato che le dita delle mani ancora si piegano e si distendono con un fruscio sordo e leggero di invisibili servomotori elettrici.
Ed io non posso fare altro che gridare tutta la mia sorpresa ed il mio orrore di fronte a quella Venere di Milo verniciata d’ambra, che non la smette di fissarmi con occhi ebeti ed è in quel momento che di solito qualcuno mi tira per un gomito, mi sveglia e mi domanda se è tutto a posto.
Magari lo fosse.
Magari, davvero.

CUSTOM CAR CRASH (Calla 1996)
Mi ero alzato dal divano. Mi ero affacciato alla finestra.
Quasi consapevole di stare dentro a un sogno.
L’aria bruciava in vampe di calore immobile. Mi pareva fosse quasi mezzogiorno.
Una profonda inspirazione, mentre piegavo le ginocchia per caricare il balzo.
L’idea dell’abbandono.
La lasciavo prevalere sul senso della lotta.
Intanto, loro lavoravano instancabili.
Rimpianti e Atti Mancati.
Scavavano il giardino secco. Piccoli cumuli di terriccio sabbioso, tra l’erba corta e gialla, per aprirsi da sotto la strada verso la mia stanza e ridurmi a un bozzolo di sangue, bava e ferite, un ammasso pietoso di frattaglie autoironiche, un hamburger ributtante e solo vagamente umano.
Così, ho chiuso gli occhi e sono saltato.
Soffiando fuori l’aria tutta d’un botto.
Ovviamente, prima ero salito sul davanzale.
Occhi chiusi e un gran salto.
Il piano di fuga perfetto.
Il genocidio delle idee chiare e distinte.
E magari avrei dovuto rinfrescare il mio francese.
Avrei dovuto scaricare l’utopia. Deflettere gli sguardi. Perché credevo che potesse funzionare.
Avrei dovuto cambiare taglio di capelli. Magari tentare di operarla a cuore aperto. Incubare un germe d’eresia.
Avrei dovuto fare più moto. Mangiare meno carne. Essere meno analitico. Avrei dovuto rasarmi il pube.
Avrei dovuto rimanere puro sguardo.
Disancorato. Disincarnato. Libero.
Separare ragione e sentimento. E poi comperarmi un cane.
Avrei dovuto lasciarla scivolare e poi fluttuarle accanto, sereno nel declino.
Schiantarmi le ginocchia. Sparare al presidente. Abbandonare il cane.
Bruciare le mie case astrali moribonde.
Comunque alla deriva, ma non perso. Leggi il seguito di questo post »

(Scritto per la serata finale di CartaCarbone festival 2019)

C’era una luna enorme quella sera.
E quelle due creature che dormivano, in mezzo alla radura. Una accanto all’altra, abbandonate a chissà quali sogni.
Ne avevo sentito narrare dai vecchi, nelle storie che si raccontano al crepuscolo, per far paura ai piccoli e insegnar loro che il mondo è un luogo da attraversare con passo guardingo.
Non mi sono mai reputato coraggioso, ma con quella magnifica luna, la brezza e il canto quieto dei grilli, anche se mi era stato sempre detto di temerle e fuggirle, non avevo potuto fare a meno di avvicinarmi per vedere da vicino quelle chimere leggendarie,
Giunto che fui a contemplarne il sonno a meno di un palmo, una delle due, il maschio forse, aprì gli occhi e incrociò il mio sguardo. L’odore acre della sua aggressività mi riempì le narici e prima che potessi scappare ci ritrovammo a lottare avvinghiati.
Fu allora che l’essere mi morse.
Riuscii a divincolarmi e a dileguarmi nel bosco, terrorizzato dall’idea che quel demone potesse braccarmi tra i cespugli.
Zoppicai per qualche giorno e mi chiesi se quel che dicevano i miti riguardo al morso di quelle creature fosse vero, però la ferita si rimarginò talmente in fretta da ricacciare i dubbi da dove erano venuti.
Un mese dopo, sempre nel bosco, nei pressi di un piccolo stagno, scoprii che non si trattava di leggende.
Arrivò come un’onda, portata della luna enorme che dominava il cielo. Mi rotolai a terra ringhiando, mentre spasmo dopo spasmo sentivo le membra che mutavano forme e dimensioni.
Poi strisciai fino allo stagno e al chiarore della luna che Illuminava a giorno il bosco, riuscii a specchiarmi. La mia nuova forma era la stessa del mostro che mi aveva morso. E non era fatta per muoversi radente al terreno.
Barcollando, mi sollevai sulle zampe posteriori. La coda era scomparsa. La mia nuova pelle era quasi del tutto priva di pelo, pallida come la luna. Le zampe anteriori erano corte e munite di dita mobili come rami d’albero. Gli occhi, il naso e le orecchie piccolissimi, incapaci di scandagliare il bosco che ora mi appariva inospitale e freddo.
Tentai di ululare, ma quel che uscì fu solo un verso sgraziato e rauco.
Così iniziai a correre verso il fondovalle. Verso quelle luci misteriose che ogni tanto avevo visto da lontano e dalle quali fin da cuccioli gli anziani del branco ci avevano insegnato a stare lontani.
Non mi apparivano più misteriose, né ostili.
Mi guidavano verso un luogo che forse avrei imparato a chiamare “casa”.

Margherita si alzò e arrancò al buio fino alla porta del frigo.
In un angolo, il coniglio gigante la fissava.
Ritto sulle zampe posteriori, doveva essere alto almeno un metro e ottanta, dato che le punte delle lunghe orecchie lambivano il soffitto.
Margherita strizzò gli occhi. Li chiuse e poi li riaprì.
Il coniglio non sparì. Non era un’allucinazione.
Sgranocchiava un wurstel dopo averlo inzuppato nel barattolo della senape che teneva tra le zampe anteriori.
Tutta roba che arriva dal mio frigo, pensò Margherita, con una punta di irritazione.
«Credevo che i conigli fossero erbivori» sbottò. Era una frase stupida da dirsi in una situazione come quella. Se ne rese conto nel momento stesso in cui la pronunciava.
«Una delle tante bugie sul nostro conto» disse il coniglio, che finì di masticare il wurstel e posò il barattolo della senape sulla credenza.
«Non ho trovato birra in frigo» disse, un po’ piccato.
«Non mi piace» rispose lei. Una vocina, in un angolo del suo cervello, continuava a ripetere: «Tra un attimo ti svegli, è solo un sogno.»
Il coniglio scosse la testa e le orecchie ondeggiarono un po’ comicamente, quasi fossero posticce.
«Non c’è un modo facile per dirlo» sospirò.
«Cosa?»
«Che è ora di andare.»
«Dove?»
«Valhalla. Grandi Praterie. Campi Elisi. Aldilà. Devo continuare?»
«Io? Cioè, adesso?»
Il coniglio uscì dall’angolo «Un aneurisma cerebrale, tra circa due minuti e mezzo. Dovresti già sentire una leggera ma insistente pulsazione alla tempia destra. Non è forse quella che ti ha svegliato?»
In effetti da quando si era svegliata avvertiva un vago mal di testa.
«Sei un angelo?» chiese.
«No.»
«Un diavolo?»
«No. Sono uno psicopompo.»
«Psico…?»
«…pompo. È greco. Significa “colui che accompagna le anime”.»
«Sei la Morte?» Leggi il seguito di questo post »

 

 

Nel sogno Sonia dormiva rannicchiata contro la mia schiena.
Io invece ero sveglio e mi giravo verso di lei, con un movimento lento e un po’ goffo. Respirava piano, le braccia raccolte al petto, serenamente abbandonata ai suoi mondi onirici variopinti.
Le guardavo. Aveva i capelli più lunghi di quando se n’era andata. E la sua pelle aveva un profumo nuovo.
Era stata la prima cosa che avevo notato quando ci eravamo abbracciati nell’antibagno di un locale in cui non mettevo piede da almeno quindici anni.
Perché fossi lì non era chiaro, come spesso accade nei sogni. Avevo camminato per tutta la sera. Mi ci ero trovato davanti, ero entrato e avevo imboccato subito la via delle toilettes.
Lei stava uscendo dal bagno delle signore. Vestiva un abitino bianco, corto. Nessun gioiello a rendere banale una bellezza pura proprio perché imperfetta.
Poi c’erano le traiettorie degli sguardi guidate a toccarsi da forze cosmiche contro cui poco valeva lottare. Le stesse forze che una frazione di istante dopo ci spingevano l’ una verso l’altro.
La si sarebbe potuta definire una scena da film se l’espressione non fosse suonata scontata.
E nulla da dire. Nemmeno un grammo di fiato da sprecare.
Così senza dirci una parola, solo continuando a baciarci, stringerci e guardarci finivamo prima sulla sua auto e poi in quella che intuivo essere la casa dove viveva.

Il tizio continua a parlare.
Da almeno cinque minuti. Chiude ogni frase con un «Capisce, professore?» che dopo la terza volta suona stucchevole, perché è chiaro che il fatto che io capisca o meno, per lui è del tutto irrilevante.
Poi porta la tazzina alle labbra e sorbisce il caffè lungo che ha ordinato quando è entrato, prima di accorgersi di me, e che deve essersi ormai ridotto a una brodaglia tiepida e zuccherata.
Me ne stavo tranquillamente seduto all’unico tavolino d’angolo libero e sorseggiavo un succo di pompelmo, quando sulla soglia era comparso il tizio: sui cinquant’anni, faccia larga, capelli brizzolati un po’ troppo lunghi dietro, di sicuro per compensare la stempiatura già ben pronunciata e l’aspetto, che nonostante gli abiti firmati, restava quello di un campagnolo ripulito.
Prima di notarmi aveva ordinato al barista un lungo in tazza grande, poi mi si era parato davanti salutandomi con un sonoro «Professore carissimo, posso sedermi con lei?»
Senza nemmeno aspettare la mia risposta, si era accomodato sbottonandosi il cappotto color cammello e dopo aver posato sui tavolino uno smartphone delle dimensioni di un tagliere da polenta, aveva attaccato a parlare.
Un discorso lungo e involuto, pieno di ripetizioni, anacoluti e salti logici sui problemi scolastici del figlio.
Aveva bevuto il caffè e fatto una pausa.
A questo punto ci sono io, che lo guardo, senza battere ciglio. Da quando si è seduto non ho fiatato, limitandomi a centellinare il succo di pompelmo, pensare al sogno della notte precedente e sbirciare i titoli del giornale posato sul tavolo vicino.
Lui scava il fondo della tazzina alla ricerca di zucchero. Poi riprende a parlare.
E insomma, professore, dice. Con le mogli la guerra è persa in partenza. S’è fissata che il figlio deve avere il diploma di liceo. Poi lui non se ne farà nulla. Che mica gli passa per l’anticamera del cervello di andare all’università. Me lo tiro in azienda da me, a lavorare, ovvio. Però, capisce professore, che almeno lui al diploma ci arrivi, alla fine ci tengo anche io che il diploma non ce l’ho. Insomma, io lo so che studia poco. Che la media è quella che è. So anche che non è uno stinco di santo in classe, però ecco, se perde anche quest’anno sarebbe un disastro, capisce professore?
Fa un’altra pausa.
Suppongo si aspetti un mio «E quindi?» e non lo deludo. Leggi il seguito di questo post »

Il racconto che segue è stato pubblicato originariamente sul n. 10 di “Digressioni”
(Per informazioni sulla rivista, dove trovarla, come acquistarla e come abbonarsi: http://digressioni.com/)

Alla fine Ismaele l’aveva presa.
I vecchi del villaggio, all’epoca poco più che mocciosi, la ricordano ancora quella mattina. È un ricordo sbiadito, che si perde spesso tra bave e biascicamenti, ma che non cessa di riaffiorare dalle acque della memoria, torbide come quelle della baia dopo le tempeste invernali.
Qualcuno ricordava le discussioni feroci su quel che andava fatto, perché magari era stato spedito dalla propria madre a recuperare il padre o un fratello alla Tana della Murena, prima che la cena si raffreddasse troppo.
Perché all’imbrunire, tirate in secco le barche e sistemati gli attrezzi da pesca, era alla Tana della Murena che gli uomini del villaggio si incontravano. Ogni santo giorno, domenica esclusa. Per mettere in corpo dell’alcol e scambiarsi resoconti sulla giornata di duro lavoro alle nasse e alle reti; e poi per contrattare con i mercanti di pesce, tirando sul prezzo tra imprecazioni, a volte decisamente oscene, e ruvide strette di mano inumidite da sputi rituali a suggellare gli accordi raggiunti.
Quella primavera però tra i tavolacci e il bancone di legno di quercia non si disputava furiosamente sul prezzo delle ombrine o dei calamari. Ogni abboccamento, ogni discorso, ogni parola che usciva da quelle bocche spesso sdentate e male in arnese, tra un sorso di acquavite e una tirata di pipa, riguardava lei.
Pochi dichiaravano di non voler credere a superstizioni antiche e molti invece osservavano come i banchi di sardine avessero già iniziato a diradarsi da quando, alcune settimane prima, era stata avvistata nella baia. Avrebbe messo in fuga tutto il pesce, condannandoli a mesi o addirittura anni di stenti e patimenti. Era già accaduto in passato, i racconti degli anziani parlavano chiaro, non c’era motivo di dubitarne. C’era chi giurava di averla udita cantare, tra le scogliere a nord della baia, dove si diceva avesse stabilito la sua dimora. Flask il carpentiere invece negava con decisione che potesse cantare. Poteva però lacerare le reti con un morso più poderoso di quello di uno squalo. E frantumare il fasciame delle barche con i colpi della sua muscolosa coda argentata.
Un mercante di aringhe ricordava di aver udito che quasi un secolo prima gli abitanti di un villaggio vicino avevano provato a allontanarne una facendo benedire le acque prospicienti, poiché secondo l’opinione di alcuni saggi teologi e celebri filosofi naturali, quel tipo di creature aveva sicuramente origini diaboliche.
Le discussioni proseguirono animate e inconcludenti per settimane. E quando giornate di pesca sempre più magra iniziarono ad infilarsi una dietro l’altra, come perle sul filo di una collana, i conciliaboli alla Tana della Murena divennero alquanto isterici.
Fino a che una delle prime sere di maggio sulla soglia del locale apparve il vecchio Ismaele.
Si raccontava che avesse fatto tre volte il giro del mondo su altrettante baleniere e vascelli mercantili, visitando luoghi remoti e inaccessibili. Da popoli che allora nessuno avrebbe trovato disdicevole definire “barbari” o “selvaggi”, presso i quali pare avesse vissuto, prendendo una o addirittura due mogli, aveva appreso quei segreti del mare che nemmeno la più prestigiosa università del cosiddetto mondo civilizzato avrebbe mai potuto insegnargli. Con i denari degli ingaggi aveva poi acquistato una grande casa con sette abbaini a picco sulla scogliera appena fuori dal villaggio dove viveva da solo.
«So come liberarvi della creatura» disse, «E lo farò, la notte del solstizio d’estate. In cambio però dovrete vendermi tutto il pesce che pescherete per i prossimi dieci anni. Prendere o lasciare.»
«Ma il prezzo?» qualcuno ebbe l’ardire di obiettare.
«Il prezzo? Sarà ragionevole.» rispose. Ci fu a chi parve che un’impercettibile smorfia gli avesse percorso il viso mentre lo diceva, ma nessuno fu in grado di giurarlo.
Così ogni discussione si chiuse e il villaggio affidò quello che riteneva essere il suo destino a Ismaele.
Di quel che successe nel mese successivo poco si sa.
È certo che egli si sia fatto fabbricare dagli artigiani del villaggio una grande rete a strascico, con una complicata trama a doppie maglie esagonali concentriche, di cui egli stesso aveva fornito disegno e misure. Poi si sa che fece arrivare da fuori dei muratori e dei manovali, gente dalla pelle scura e la parlata strascicata, per quel poco che li si poté udire, i quali lavorarono alacremente per tre settimane nel grande scantinato della sua casa a picco sulla scogliera.
Ci furono voci che lo volevano aggirarsi tra le lapidi del camposanto armato di pala e piccone, nelle notti senza stelle. Ma che si trattasse di pure dicerie è confermato dal fatto che non si registrarono episodi di profanazione in quel periodo. Così come è confermato che verso la metà di giugno, una settimana prima del solstizio, al calar della sera egli fece stendere la rete sul molo e la asperse con un liquido ambrato, di cui nessuno avrebbe mai saputo dire la provenienza e la natura, intingendo un ramoscello di betulla in un bugliolo arrugginito e tracciando nell’aria strani segni con le mani, che ai più parvero scongiuri pagani.
Invece non vi è affatto unanimità su come e quando Ismaele scese in acqua, il giorno del solstizio. Per alcuni, ammarò la lancia già alle tre del pomeriggio, portando con sé oltre alla rete, un violino, delle esche vive e due pistole a avancarica col manico di madreperla, mentre la vecchia vedova di Peleg, che all’epoca aveva non più di cinque o sei anni, ricordava di averlo visto mollare gli ormeggi soltanto al crepuscolo, con a bordo la rete, una lanterna e nient’altro e di averlo visto remare verso le scogliere dove era creduta dimorare la creatura. Era completamente nudo, la pelle bianca e grinzosa del petto e della schiena solcata da strani arabeschi di nerofumo, che parevano le lettere di qualche antico alfabeto.
Era vestito però quando rientrò in porto, all’alba del giorno dopo, su questo c’è accordo pieno, e aveva issato a bordo parte della rete con il suo contenuto. Quando si accostò al molo, grande era la curiosità nella piccola folla che lo aveva atteso fin dalla notte fonda. Nel viluppo formidabile di corde, alghe e vegetazione marina che riempiva la rete, coperto in parte da una tela cerata umida, ci fu chi credette di scorgere il battito tenue di una coda scagliosa e argentata; alcuni colsero flessuose membra femminili, che per qualcun altro invece erano strane pinne prensili, e quello che trent’anni dopo sarebbe diventato un pluridecorato eroe di guerra, è stato convinto fino al giorno della sua morte di aver visto occhieggiare per un attimo tra le maglie della rete due seni armoniosi e diafani, tempestati di gocce d’argento e piccole gemme simili a diamanti.
«La creatura ora è mia» disse Ismaele, mentre con l’aiuto di un paranco issava la rete e il suo contenuto sul molo e poi la depositava sul cassone di un carro trainato da due muli, che aveva condotto lì il giorno prima.
«Nuoterà nell’acquario che ho fatto preparare nel sotterraneo di casa e mi allieterà con il suo canto.» spiegò.
La folla mormorò di stupore e meraviglia. Dunque Flask aveva torto.
«E forse con altro…» aggiunse con un ghigno che a molti parve lascivo.
«Quanto a voi» minacciò mentre saliva a cassetta e impugnava le redini «farete bene a rispettare i patti, se non volete che la ributti nella baia!».
Di ciò che accadde dopo le cronache dicono abbastanza, ma non tutto.
Si sa che i prezzi pagati da Ismaele ai pescatori erano terribilmente bassi e niente affatto ragionevoli, come invece aveva promesso. E si sa che, nonostante la creatura fosse stata catturata, il pesce non tornò abbondante. Anzi, scarseggiò sempre di più. Anni dopo, alcuni uomini di scienza attribuirono la causa a uno sconvolgimento tellurico avvenuto nel profondo, il quale aveva aperto delle fenditure sul fondo marino, da cui si riversava un gas che avvelenava le acque profonde della baia impedendo al pesce di nutrirsi e riprodursi.
Strette tra i prezzi da fame e la penuria di prede, una dopo l’altra le famiglie di pescatori cessarono l’attività ben prima della scadenza dell’accordo con Ismaele. Pochi provarono a diventare agricoltori o artigiani. Molti emigrarono verso coste più pescose.
Quanto a Ismaele, dopo che l’ultima barca da pesca fu tirata in secco, smise di farsi vedere al villaggio.
Qualcuno diceva passasse il tempo nello scantinato trasformato in acquario, inebriato dal canto ammaliante della creatura. Altre voci davano per certo che egli avesse giaciuto ripetutamente con essa, ricavandone una strana forma di catalessia intermittente, e secondo alcuni della prole: due piccoli abomini dalla pelle traslucida e le dita palmate che si diceva nei giorni di pioggia si aggirassero nel giardino della casa, ormai ridotto a una foresta intricata, ma che nessuno in realtà vide mai.
Ciò su cui non v’è dubbio è che, lentamente ma inesorabilmente, la casa dai sette abbaini rovinò. Assediata dalla vegetazione e aggredita dalle intemperie, collassò su sé stessa come un castello di carte, assieme alle memorie di Ismaele, della creatura e dei timori inconsulti di quella lontana primavera.
Anni dopo i ruderi presero fuoco, colti dalla saetta di un temporale scoppiato d’estate e mio nonno, che all’epoca aveva diciotto anni e faceva il volontario nel corpo dei pompieri del villaggio, fu tra i primi a addentrarsi tra le macerie fumanti.
Tutto quello che trovarono nello scantinato, l’unico locale a essersi salvato dalle fiamme, furono i resti sbrecciati di una grande piscina asciutta da decenni.
Dentro, lo scheletro un uomo e quel che restava dello scheletro di una donna.
L’uomo era come avvolto in un bozzolo tra le maglie slabbrate di una grande rete a strascico.
Dello scheletro della donna non c’era che la parte superiore del corpo, perfettamente intatta.
Mio nonno ricordava le ossa candide come avorio.
Sparse sul pavimento, tutt’intorno alla cassa toracica, scaglie simili a gocce d’argento.
E piccole gemme dalle facce esagonali, lucide come specchi, che sembravano diamanti.

Il racconto che segue è stato pubblicato originariamente, in versione ridotta, sul n.6 di “Digressioni”
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Oh, sunshine, your
love and beauty passed me by,
should I waste my time
in your valley, beneath your sky?
(Kyuss – Whitewater)

Nova.
Che vola attraverso il parabrezza, come un manichino da crash test.
Non aveva la cintura allacciata. E l’airbag sul lato del passeggero aveva deciso per qualche motivo di non attivarsi.
Fino a un attimo prima, giocherellava con la pistola in grembo. Vibrava appena. Un tremito leggero e controllato, sotto la patina di ghiaccio australe che le avvolgeva il profilo magro e affilato.
La coda dell’occhio mi era scivolata ancora sul filare di pali della linea elettrica che correva parallela alla strada.
Poi, come un lampo surreale: sotto un cielo rosso eccoci di nuovo mano nella mano su una spiaggia deserta, Lefkada, Santorini, o forse un satellite di Pentesilea, sistema stellare Canis Maior, un’estate di almeno quindici anni fa, e lei che recita a memoria qualcosa di molto scontato e molto bello, come Rimbaud o forse Verlaine, e io che tento invano di non baciarla.
Quindi, un fermo-fotogramma sul corpo di Felix, nel bagagliaio. La testa riversa all’indietro. La lingua bluastra a fior di labbra.
Ho accelerato e con una sterzata brusca ho puntato il muso verso la base del primo palo che mi sono trovato davanti.
Ora c’è il cofano che si solleva come un foglio di carta strappato da un quaderno.
La griglia del muso che implode.
Il palo che si schianta verso il deserto e i cavi della corrente, che teneva sospesi a quasi dieci metri d’altezza, danzano per un attimo come crotali impazziti sul tetto dell’auto, prima di frustare la polvere giallastra sul terreno e restare immobili.
Materia che obbedisce docile alle leggi della fisica.

Nova.
Che controllava ossessivamente il display del tablet.
Il riverbero del sole di mezzogiorno tremolava dietro le vetrate impolverate. Odore di uova fritte e pancetta.
Il caffè che la cameriera ci aveva versato per la seconda volta nelle tazze faceva se possibile ancora più schifo della prima.
Nova lo aveva mandato giù comunque e si era guardata intorno per l’ennesima volta, senza toccare il cibo che aveva nel piatto.
Aveva fretta di finire.
Niente residui. Niente tracce incongrue.
Io e quel che restava di Felix nel bagagliaio della macchina, eravamo scarti di lavorazione di cui disfarsi in fretta.
Le uova che ci erano state servite avevano la consistenza e il sapore del cartone umido.
Le avevo trangugiate a fatica.
Era come cercare di ingoiare la poltiglia della vita che fino a sei ore prima avevo creduto di avere.

Nova.
Che mi sorride e mi sfiora il viso con le dita mentre i ragazzi del comitato neo trotzkista studentesco preparano molotov versando benzina in bottiglie vuote di rum da quattro soldi.
Inizio di semestre di un trilione di anni fa: marcia di protesta contro le operazioni militari dell’Alleanza Atlantica in Bielorussia.
L’ennesima piccola guerra europea destinata a sancire la fine del blocco occidentale.
Alla radio del campus, un servizio sulla più grande adunata nazista di tempi del Furher. Ventimila nuove bestie bionde sotto le insegne del movimento Blut und Reich davanti alla porta di Brandeburgo: un lungo, frammentato delirio volkisch, scandito da citazioni musicali wagneriane, più o meno benevolmente tollerato dal governo di coalizione socialdemocristiano in carica, nel nome della libertà di espressione e manifestazione del pensiero. Lo stesso governo che dopo due settimane dichiarerà l’uscita unilaterale della Germania dalla NATO.
Quando ero tornato cosciente, la stanza era immersa nell’oscurità fangosa delle cinque del mattino.

Nova.
Che raccontava. Nulla più che una voce ferma e distaccata. Senza inflessioni emotive. In penombra.
«Uno degli studenti di Felix apparteneva a una cellula dormiente delle Milizie dell’Egira. Stavano cercando di farsi un’arma nucleare da usare in Pakistan, contro la giunta militare al governo. Gli serviva un fisico specializzato in alte energie, proprio come Felix.
Intendevano reclutarlo dopo averlo reso più sensibile alla causa, mappandogli il substrato neurale, riconfigurandogli gli schemi elettrochimici fondamentali e manipolandogli selettivamente la memoria. Sei settimane in una vasca di deprivazione sensoriale modificata per il trattamento di mnemo-rigenerazione e il gioco è fatto.
Come è stato fatto con te.
Un’operazione clandestina da manuale.
Una talpa convinta ad agire non per denaro o per ideologia ma per motivi personali.
Ti abbiamo riprogrammato e infiltrato, per friggere il cervello di Felix sabotando la procedura e farci poi arrivare agli altri membri della cellula.
Tutta roba che né il Congresso, né il Presidente si potevano permettere di approvare o autorizzare.
Applicazione di trattamenti vietati. Lesioni permanenti. Varie violazioni dei diritti umani fondamentali. Tecnicamente, anche un rapimento e soprattutto un brillante fisico del CalTech intrappolato in una sindrome autistica irreversibile.»
Riuscivo a malapena a intuirne il volto. E la pistola puntata verso di me
Le parole le cadevano fuori dalla bocca.
Come brandelli di carne cruda.

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Il racconto che segue è stato pubblicato originariamente sul n.7 di “Digressioni”
(Per informazioni sulla rivista, dove trovarla, come acquistarla e come abbonarsi: http://digressioni.com/)

Se Dio avesse voluto intervenire
nella degenerazione dell’umanità
non l’avrebbe già fatto?
(Cormac McCarthy – Meridiano di Sangue)

Comparvero sulla cresta erbosa della collina, uno dietro l’altro come personaggi rinnegati dell’Apocalisse di Giovanni.
Quattro cavalieri in blu e grigio, sbalzati dalla luce di mezzogiorno sullo sfondo del cielo terso di fine settembre.
La donna li scorse mentre attingeva l’acqua dal pozzo davanti alla baracca di tronchi che non pochi avrebbero faticato a chiamare casa.
Stavano imboccando la pista che scendeva verso la pianura. A meno che non decidessero di deviare verso il fiume, nell’arco di un paio d’ore se li sarebbe ritrovati di fronte alla soglia.
Capitava spesso in quel periodo dell’anno. Prima che la neve coprisse tutto con un lenzuolo di seta e silenzio, le tribù dell’altipiano si facevano più aggressive. Gruppi di guerrieri scendevano verso valle per saccheggiare le fattorie e i campi minerari, alla ricerca di alcool, munizioni e soprattutto provviste, coperte e abiti pesanti per l’inverno.
L’esercito gli spediva contro i reparti dagli avamposti che presidiavano la Frontiera e così fino a metà novembre le colline intorno all’altipiano brulicavano di convogli e pattuglie.
Trascinando il secchio colmo d’acqua, la donna rientrò in casa. Riempì una pentola di rame ammaccata e la mise sulla stufa a scaldare.
Il bambino aveva ricominciato a piangere. Si avvicinò alla culla. Lo prese in braccio.
Portò uno sgabello malsicuro alla soglia e si sedette.
Guardò verso le colline coperte d’erba e arbusti bassi che presto avrebbero cominciato a perdere le foglie.
I quattro continuavano a scendere in fila con andatura lenta.
La donna si sbottonò la camicia e attaccò il piccolo al seno. Il bambino si acquietò subito.
Presto sarebbe arrivato il tempo di svezzarlo.

Il Sergente aveva un accento strascicato. Lo si sarebbe detto del Sud, nonostante gli occhi chiari e la barba fulva mal curata.
Scese da cavallo e salutò la donna, togliendosi il cappello.
Gli altri sostavano qualche metro più indietro, schierati e ancora in sella, infagottati e impolverati nelle loro uniformi sdrucite, come reduci di tutte le guerre combattute dalla notte dei tempi fino ad allora.
“Avremmo bisogno di abusare della sua cortesia, se fosse possibile.” disse il Sergente.
Seduta sullo sgabello, la donna annuì. Il bambino dormiva profondamente, rannicchiato in grembo.
“Ci farebbe comodo dell’acqua calda, e qualche striscia di tessuto pulito. Il mio caporale ha bisogno di cambiare la medicazione. Ha perso una mano in uno scontro con i pellerossa.”
Il Caporale fece avanzare il cavallo di qualche passo e sollevò l’avambraccio sinistro, esibendo come un trofeo il moncherino avvolto in bende sudice e sanguinolente.
“Troncata di netto appena dopo il polso” disse il Sergente.
“Con un solo colpo di scure.” precisò il Caporale. Una smorfia gli dipingeva sul volto un ghigno morboso.
La donna si alzò e rientrò in casa. Rimise il bambino nella culla. Poi prese dal fornello il bricco del caffè che aveva preparato a metà mattina e quattro tazze di latta dalla cassapanca che oltre a un tavolo di assi, quattro sgabelli e una branda era l’unico arredo della stanza.
“Ho messo dell’acqua a scaldare per la medicazione.” disse uscendo. “E c’è dello stufato per cena. Non è un granché, ma è tutto quello che ho.”
La voce della donna era bassa e rauca.
Il cielo del pomeriggio aveva iniziato a velarsi di nuvole alte e sottili.
“Dio la benedica.” disse il Sergente andandole incontro “Piuttosto di un’altra cena a gallette e fagioli, mi sarei staccato un piede a morsi.” Leggi il seguito di questo post »

Perché è gratificante sentirsi amati?
Perché chi ci ama sembra non fare altro che soddisfare una nostra necessità atavica.
La necessità, urgente, impellente e spasmodica di essere riconosciuti come piccoli caldi centri dell’universo attorno a cui qualcuno ha preso a ruotare, dopo essere entrato nel nostro orizzonte degli eventi, abbandonando la traiettoria indifferente lungo la quale ci passava accanto.
La nostra felicità non nasce che da questa consapevolezza.
Siamo entrati nella tessitura spaziotemporale di qualcun altro. Come stelle collassate, ne abbiamo deformato le linee esistenziali portanti. Come buchi neri ci nutriamo della sua luce. E ne siamo, al tempo stesso, schiavi.
E’ la natura gravitazionale dell’amore. Un cosmo di satelliti che si orbitano attorno vicendevolmente, finché le leggi ben poco newtoniane della gravitazione sentimentale universale non ci mettono lo zampino.
Per quel che mi riguarda, credo di essermi innamorato un paio di volte nella mia vita.
Sono tante? Sono poche? Sono abbastanza per autorizzarmi (ammesso che per esprimere un’idea sull’argomento occorra una qualche patente che autorizzi a pronunciarsi e soprattutto ammesso che qualcuno possa veramente pretendere di dire qualcosa di sensato sull’argomento, me compreso…) ad articolare un’opinione in proposito e di condividerla col resto del mondo? A dire il vero non ne ho la più pallida idea.
Ciò nonostante, quello che credo di aver capito dall’osservazione di me stesso, e del mondo che mi sta intorno, è che abbiamo introiettato in profondità un’idea di amore talmente utopica e radicale, un’idea che sconfina quasi nel mistico, che è praticamente impossibile da attingere nella fattuale quotidianità di tutti i giorni.
Quest’idea è filtrata dall’iperuranio della grande produzione letteraria e filosofica attraverso una certosina e pervasiva opera di diffusione, adattamento e, ça va sans dire, semplificazione, sicché alla fine ci siamo ritrovati impiantato nel profondo dei nostri piccoli e inutili cervelli un modello culturale che è in ultima analisi totalmente disfunzionale alla riproduzione della specie.
L’idea romantica (nel senso filosofico e letterario “alto” che il termine “romantico” ha) con i suoi corollari fatti di assolutezza, complementarietà totale e totale rispecchiamento dell’uno nell’altra (o dell’una nell’altra, o dell’uno nell’altro, per essere a tutti i costi “politically correct”), realizzazione del sé strettamente avvinta alla realizzazione dell’altro, l’idea dei “due corpi e un’anima”, o peggio ancora delle “anime gemelle”, del legame indissolubile che supera spazio, tempo e convenzioni sociali e culturali; ebbene quest’idea mina alla radice la possibilità per ogni relazione concreta che si debba misurare con le opacità della quotidiana fatica di vivere, di rispecchiarsi in tale paradigma splendente nella notte come un cristallo purissimo, e quindi di essere vissuta come appagante e viva fonte di realizzazione e pienezza.
La frustrazione e l’alienazione, siano esse manifeste o latenti, con la loro pletora di crisi, controcrisi, rotture, tradimenti, sotterfugi e tutta la pittoresca congerie di acrobazie psicologiche ed algebriche autogiustificazioni etiche che lo zoo delle umane amenità riesce a sfornare con prolificità degna di un branco di conigli in calore, sono il pane quotidiano di chi si trova a misurarsi con questo modello.
Ma la natura, diceva il “maestro di color che sanno” Aristotele, non fa nulla di inutile. E soprattutto, matrigna ma anche madre, trova sempre il modo di riequilibrare i conti a suo vantaggio.
E allora ecco che alla ricerca spasmodica e bramosa dell’Amore Perfetto, che continua ad orientare il comportamento dell’individuo anche al di là della sua reale consapevolezza e coscienza immediata come in una sorta di riflesso dell’attività incessante della Volontà di Schopenaueriana memoria, subentra la logica del “mal comune mezzo gaudio”, o detto con più icastica e scatologica efficacia dagli amici del Bar Pigafetta di Marano Vicentino, del “meglio una merda in due che una torta da soli” (immaginatelo nello strascicato vernacolo locale), che fa del rispecchiamento nella comune frustrazione e nel comune fallimento e nella condivisa rinuncia ad un futuro ricomposto e radioso sempre anelato ma mai raggiungibile, un potente elemento coesivo spesso tacitamente implicato, anche se mai autenticamente oggettivato, da ambedue le parti, in grado di rafforzare la spinta biologica all’accoppiamento sessuale e in ultima analisi alla riproduzione della specie.
La produzione della prole infatti, nella nostra povera specie di “scimmie nude” (e mai definizione potrebbe essere più calzante, che dette scimmie ballino o meno, con buona pace di Gabbani…) richiede un investimento energetico che va ben al di là dei due o tre colpi di reni in sincrono, necessari ad un coito magari modesto ma efficace, che permetta un produttivo incontro fusionale di gameti.
Richiede una solidarietà di coppia che, anche se si basa in ultima analisi su una rinuncia rassegnata e bilaterale al Grande Uno Rosa a cui siamo addestrati ad aspirare dall’ “Ordine del discorso Amoroso” dominate, dovrebbe permettere in qualche modo alla coppia stessa di durare per il tempo sufficiente all’allevamento dei cuccioli, almeno fino a quando non siano in grado di procacciarsi cibo e risorse da soli.
Ma, tant’è.
La biologia non si interessa a etica, estetica o metafisica. A ciò che è Giusto. A ciò che è Buono. A ciò che e Bello. A ciò che è Razionale. A ciò che è Necessario
E alla fine prende comunque quel che le spetta.
Ed ecco che allora, senza aver sviluppato questa sorta di forma mentis basata su quello che è un dualismo autenticamente schizofrenico e su una sua ricomposizione dialettica, per altro instabile ed esposta alle temperie della nostra continua brama di Assoluto; senza aver introiettato al fianco dell’idea platonica e iperurania di Amore Totale questa declinazione a denti stretti del Principio di Realtà assolutamente antitetica all’altra idea; senza una concessione alla brutale evidenza dei nostri impulsi biologici primari, che ci consente di affermare che la vita concreta, quotidiana e reale non è che ripiego, più o meno momentaneo, su quel che passa il convento; ebbene senza tutto questo difficilmente potremmo trovare l’impulso a prolificare.
E a fare in modo che il sotto il sole sempre nuove sciagure umane risplendano ancora e poi ancora.

L’estate sta finendo ma quella vecchia è stata scritta tutta. A quattro mani, un pezzo io, un pezzo lei  Un pezzo il can, ahm.

 

L’estate in cui diventammo pazzi ci dissero sarebbe stata corta e fresca.

L’estate in cui diventammo pazzi tornavo, dopo secoli, a guardare i film delle 21 alla tv. Guardavo tutto, i grandi classici e le puttanate, prendevo tutto. Bridget Jones e Vento di Passioni, Jennifer Lopez che si sposa dopo la vita da sguattera, Rocky sulla scalinata. Tutti, tutti quanti erano ambiente fertile per la mia facoltà di immedesimazione triplicata: sentivo il fuoco interiore di Brad Pitt, la sfiga inglese di Bridget Jones, la rivalsa sociale di Rocky. Sentivo tutto. Esploso alla stessa maniera, ero qualunque personaggio, ero qualunque storia.

L’estate in cui diventammo pazzi cercarono di vendermi, in vari momenti, a più riprese, del vino, dell’olio, sette asciugamani da mare, un paio di bermuda rosa, tre elefantini in finto ebano, tre abbonamenti telefonici, uno a internet e due alla pay-tv, l’idea che tutto fosse inutile, braccialetti in cuoio (credo due), sette paia di calzini, un biglietto per il concerto dei Foo Fighters, un piano per fuggire, del cocco fresco, aquiloni e cappellini con il logo di batman, sigarette di contrabbando, trottole luminose, la locandina di “Rocky III” incorniciata, tappetini di stuoia per la doccia, la possibilità di essere felice.

L’estate in cui diventammo pazzi non riuscivo a leggere Musil e ogni idea di futuro era cancellata e incomprensibile: non il futuro lontano, parlo di domani, di stasera. Non si poteva garantire sulla propria presenza in vita oltre i successivi 10 minuti, non si poteva contare che sulla distanza che separava due gradini su una scala. Sembravano regole assegnate da un qualche nuovo dittatore sceso sulla terra.

L’estate in cui diventammo pazzi, vestivo spesso in blu scuro. Polo, camicie. Pantaloni. Pareva mi stesse a pennello, quel colore. Proprio come una seconda pelle che avreste dovuto scorticare per trovare quella vecchia.

L’estate in cui diventammo pazzi, tutti continuavano a dirmi che ero molto, troppo razionale. Che volevo capire soltanto con la ragione. Puntualmente pensavo non avessero capito nulla e provavo a spiegare perché ma mi dilungavo e non arrivavo al punto. Mi chiedevo se avrebbero detto lo stesso se avessero visto quel vestito a fiori e quella luce alla mie spalle, appena arrivati sulla terrazza.

L’estate in cui diventammo pazzi qualcuno si svegliava sempre prima dell’ora stabilita. Girava per le stanze e i corridoi come un pugile suonato. Uno zombi in semi coma etilico. Il caldo squagliava quasi l’intonaco dai muri. E la luce, così piena e piatta. Diffusa e uniforme. Entrava dappertutto. Implacabile. Ricordo di aver pensato che fosse un animale. Che fosse viva. Si insinuava. Ci entrava nel cervello, dagli occhi. Disseccava tutto. Ci lasciava muti e stremati.

L’estate in cui diventammo pazzi non si riusciva a ragionare se non per sillogismi: “accade questo, allora accadrà anche questo e poi quest’altro. Se non voglio più questo, allora non potrò mai più volere nulla che gli somigli, oppure non l’ho mai voluto veramente”. Non ero mai stata così affezionata alle sequenze come allora, avrei voluto iscrivermi a corsi di aerobica coreografica.

L’estate in cui diventammo pazzi presi ad immaginare sempre più spesso bellissime sequenze di disastri aerei. Vedevo i rottami che sfarfallavano nell’aria fiammeggianti. Al rallentatore. Dopo esplosioni che fiorivano nell’azzurro del cielo come gerbere giganti. Sentivo solo pace, una pace mai provata così a fondo. E un senso di inequivocabile benessere.

L’estate in cui diventammo pazzi volevano insegnarmi che non sappiamo tutto quello che siamo, che ci sono cose dentro di noi, si muovono, cambiano anche senza che ce ne accorgiamo. Dovetti credere a chi mi diceva questo ma fu allora che cominciò l’inferno. Cominciai a sentire che potevo contenere qualunque cosa: chiodi, vasi di fiori, seconde anime, seconde voci, lampadine, incubi, terzi occhi, altre mani, altro sangue.

L’estate in cui diventammo pazzi ricordo che dopo esser tornato dalle vacanze, andavo spesso al zonzo per il parco. Zigzagavo irrequieto tra i gruppetti di ragazzi che giocavano a palla. Circospetto, ma non troppo. Il piano era quello di beccarsi una pallonata in faccia. Farsi disintegrare gli occhiali, e magari il setto nasale. Non sarebbe stato sgradito nemmeno un freesbee in fronte. Una sbucciatura superficiale alla tempia, dove la pelle è sottile. Una minima escoriazione. Una traccia di contatto. Un indizio di esistenza reale.

L’estate in cui diventammo pazzi dicevano che scoprire un certo genere di questioni ti migliora, ti mostra il cambiamento possibile. E il cambiamento è vita. Annuivo, dicevo si è vero, pensavo alla vecchia professoressa di greco, alla sua pronuncia di panta rei e il cuore mi collassava drasticamente sul concetto. Sprofondavo nell’abisso e mi veniva da vomitare. Con tutto il rispetto per Eraclito, mi sembrava una stronzata. Poi ritrattavo, mi dicevo smettila con questa arroganza, sei antistorica. E cercavo di prendere lezioni dalle cose vive e mute che avevo intorno.

L’estate in cui diventammo pazzi: ricordo la tua mano, la sinistra, sollevata all’altezza del petto. Il dorso verso l’interlocutore, che poi sarei stato io. Le dita unite che puntavano verso l’alto, corte e sottili. Anulare e mignolo leggermente flessi. Ricordo che riuscivo a vedere tutte e cinque le nocche. Il gesto era spontaneo, compito e composto. Non ricordo davvero se stessi esprimendo diniego o incredulità. Magari stavi solo rafforzando un passaggio del discorso. E poi, ancora tu. Tenevi la testa leggermente in avanti. Mi stavi ascoltando, con un aria che aveva malgrado tutto un che di vagamente complice e curioso. Ricordo anche dell’altro, a dire il vero.

L’estate in cui diventammo pazzi l’interno contava molto più dell’esterno, gridava, sovrastava. Il tempo era contratto, tutto era vicino, il già accaduto sembrava accadesse in ogni momento. Sembrava che a smettere di ricordare, il mondo intero sarebbe scomparso.

L’estate in cui diventammo pazzi, il tempo tendeva a cristallizzarsi e ad annullarsi nelle espressioni del volto. Sempre un po’ attonite e sorprese. Ricordo che prendevo spesso appunti nei momenti più impensati. Scrivevo con il taccuino posato sulle cosce chiuse ed unite; un’attitudine vagamente pudica e frocesca, che però dovevo assumere per riuscire a tracciare qualche segno più o meno intelliggibile sulla carta.

L’estate in cui diventammo pazzi imparai che paura e desiderio non sono affatto nemici irriducibili, ma fratelli. Incestuosi.

L’estate in cui diventammo pazzi continuavamo a fare promesse anche se sapevamo che faceva male: 1. non saremmo morti, 2. ci saremmo lavati meglio i denti, 3. avremmo sbadigliato sempre e comunque poco, 4. senza troppa fretta, avremmo riconsiderato le possibilità di un’isola.

Il Capocantiere scosse la testa.
“Sono cinquecento euro” ripetei sfogliando la mazzetta di fogli da cinquanta prima di rinfilarla nel taschino della camicia. “e voi siete in quattro, Quanto fa a testa?”
“Centoventicinque euro ” disse il Capo Cantiere.
“Non è male per un’ora di straordinario. Perché non credo vi ci vorrà più di un’ora. Forse anche di meno. Mi date solo una mano a montarla e a issarla. Tutto qua”
Cinquanta metri più in là, oltre il piazzale butterato di pozzanghere oleose e cumuli franati di terriccio, tre operai continuavano ad armeggiare alla base dei ponteggi attorno a una enorme scatola rettangolare di calcestruzzo, mattoni e intonaco scrostato.
Una scuola mai finita. O forse un ospedale.
Smontavano le passerelle del piano più basso dell’impalcatura.
Con molta flemma. Scambiando sonori monosillabi in una lingua sconosciuta, mentre la luce del sole svaporava lenta nella sera.
Mi appoggiai alla fiancata della macchina, infilai le mani nelle tasche dei pantaloni e lo fissai negli occhi.
Gerry sedeva al posto del passeggero. Sorseggiava quello che poteva sembrare succo d’arancia in cartone. In parte lo era. Lo avevamo allungato con della vodka comprata al discount che avevamo trovato a pochi chilometri dal cantiere. Roba russa di qualità scadente, che puzzava come carburante per aerei.
Era a stomaco vuoto dal mattino, sicché l’alcol gli era aveva dato quasi subito alla testa.
Il piano rischiava di andare a farsi benedire.
Innanzitutto trovare un posto adatto per crocifiggere una persona senza incappare nella curiosità o, cosa assai più probabile, nella riprovazione del prossimo si era rivelato più difficile del previsto.
E poi c’erano quelle dannate istruzioni di montaggio stile Ikea.
Non una parola.
Nemmeno “Stipes” (il palo verticale, per capirci) e “Patibulum” (il palo orizzontale), tanto per dire.
Solo una sequenza di disegni stilizzati, frecce e numeri e lettere che nemmeno un coreano con una gran passione per i rebus sarebbe riuscito a decifrare.
Perché il kit era made in Seoul. Maledetti Coreani.
Così, dopo due tentativi a vuoto, con Gerry che continuava a ridacchiare sotto i baffi e a chiedermi se ce l’avremmo fatta per l’ora di cena, avevo capito che mi serviva una mano.
Il cantiere era sbucato dal nulla, poco dopo essere usciti dalla estrema periferia della città, provvidenziale come una luce di terra nel bel mezzo della tempesta perfetta.

Quella mattina ero arrivato a casa di Geremia puntualissimo.
Lui era già sulla porta ad aspettarmi, videocamera e cavalletto sottobraccio. In realtà il cavalletto era il mio, glielo avevo prestato almeno un paio di anni prima, perché doveva fare le riprese al battesimo di suo nipote e si era dimenticato di restituirmelo. Poco male, avevo pensato mentre lo caricavamo nel bagagliaio accanto al borsone nero. Ogni cerchio prima o poi si chiude.
Geremia. Gerry, come lo chiamo, è un mio caro amico. Il migliore. Cioè, lo era.
Fino al giorno in cui non si era scopato mia moglie.
Non che ne abbia fatto un dramma con lei. Deianira era sempre stata, diciamo così, incline al tradimento e dopo due anni di matrimonio avevo messo in conto che potesse accadere, vista la piega che avevano preso i nostri rapporti.
Ma non con Gerry, per Dio.
Non con un amico.
A ben considerare la faccenda, a mandarmi in frantumi il cervello e il cuore è stato lui. Ho sempre pensato che l’amicizia è l’unica cosa che conta davvero.
L’amicizia è tutto.
Banale, direte voi.
Ma vero oltre ogni ragionevole dubbio.
Così ne avevamo parlato.
Prima avevo tentato di frantumargli le gengive con la mazza da cricket che avevo comprato in un negozietto di Calcutta al rientro da un viaggio di nozze decisamente low cost. Cioè da due settimane di monsoni, riso basmati stracotto, dissenteria e sesso dozzinale in alberghetti infestati di scarafaggi. All’epoca ci pareva una cosa davvero notevole. Alternativa. Un’esperienza che avrebbe dato benzina ben miscelata al mio motore di giovane scrittore di talento sempre sul punto di decollare.
Inutile dire che non era servito a nulla.
Dopo due anni, mentre lei era supplente confermata in un liceo del centro, io campavo ancora di lavoretti a termine che con la scrittura avevano quasi sempre ben poco a che spartire e che a volte mi portavano lontano casa per due o tre giorni alla settimana.
Fu durante una di queste trasferte che Gerry e Deianira, ormai platealmente insofferente allo stallo che la mia mai davvero iniziata carriera di scrittore aveva preso, erano finiti a letto.
È chiaro che non l’avrei mai scoperto se Gerry non avesse vuotato il sacco. Mi si era presentato sulla soglia di casa una sera che Deianira era a una cena con i colleghi, reggendo un paio di confezioni da sei lattine di birra tiepida, una maschera funebre al posto della faccia. Un cliché patetico da film americano che mi aveva innervosito subito.
Così, dopo che avevo cercato di spaccargli i denti ne avevamo parlato.
Lui asserragliato nella sua macchina e io accovacciato sul cofano, brandendo la mazza vendicatrice.
Lui era davvero distrutto.
Annichilito moralmente.
Io ero incazzato.
Mortalmente.
Di tanto in tanto ululavo alla luna, smazzando dei gran colpi sulla capotta per scaricare la tensione.
Lui continuava a piagnucolare. Non faceva che compiangere la debolezza di cui era stato vittima. Voleva trovare un modo di farsi perdonare. Però sembrava non capire che la mia collera nei suoi confronti era davvero terribile.
“Cosa devo fare per avere il tuo perdono?” aveva singhiozzato a un certo punto “Mi devo far crocifiggere?”
C’è una poesia di William Blake, che dice più o meno:

ero in collera con il mio amico
gli parlai della mia ira ed essa terminò
ero in collera con il mio nemico,
tenni tutto per me, il mio furore aumentò

Questi versi mi vennero in mente mentre saltavo giù dal cofano con un balzo e mi incollavo al finestrino del guidatore.
Attraverso il vetro sporco, lo fissai dritto negli occhi.
“Si” dissi, senza distogliere lo sguardo.
Lui dopo un attimo di interdetta esitazione si sciolse in una specie di pianto riconoscente, intervallato da singhiozzi profondi.
Gettai a terra la mazza.
E pensai che Blake tutto sommato aveva torto.
Perché continuavo ad essere furioso.
Perché Gerry aveva tradito la mia amicizia.
Perché, alla fine della fiera, lo volevo morto. Leggi il seguito di questo post »

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