Il Capocantiere scosse la testa.
“Sono cinquecento euro” ripetei sfogliando la mazzetta di fogli da cinquanta prima di rinfilarla nel taschino della camicia. “e voi siete in quattro, Quanto fa a testa?”
“Centoventicinque euro ” disse il Capo Cantiere.
“Non è male per un’ora di straordinario. Perché non credo vi ci vorrà più di un’ora. Forse anche di meno. Mi date solo una mano a montarla e a issarla. Tutto qua”
Cinquanta metri più in là, oltre il piazzale butterato di pozzanghere oleose e cumuli franati di terriccio, tre operai continuavano ad armeggiare alla base dei ponteggi attorno a una enorme scatola rettangolare di calcestruzzo, mattoni e intonaco scrostato.
Una scuola mai finita. O forse un ospedale.
Smontavano le passerelle del piano più basso dell’impalcatura.
Con molta flemma. Scambiando sonori monosillabi in una lingua sconosciuta, mentre la luce del sole svaporava lenta nella sera.
Mi appoggiai alla fiancata della macchina, infilai le mani nelle tasche dei pantaloni e lo fissai negli occhi.
Gerry sedeva al posto del passeggero. Sorseggiava quello che poteva sembrare succo d’arancia in cartone. In parte lo era. Lo avevamo allungato con della vodka comprata al discount che avevamo trovato a pochi chilometri dal cantiere. Roba russa di qualità scadente, che puzzava come carburante per aerei.
Era a stomaco vuoto dal mattino, sicché l’alcol gli era aveva dato quasi subito alla testa.
Il piano rischiava di andare a farsi benedire.
Innanzitutto trovare un posto adatto per crocifiggere una persona senza incappare nella curiosità o, cosa assai più probabile, nella riprovazione del prossimo si era rivelato più difficile del previsto.
E poi c’erano quelle dannate istruzioni di montaggio stile Ikea.
Non una parola.
Nemmeno “Stipes” (il palo verticale, per capirci) e “Patibulum” (il palo orizzontale), tanto per dire.
Solo una sequenza di disegni stilizzati, frecce e numeri e lettere che nemmeno un coreano con una gran passione per i rebus sarebbe riuscito a decifrare.
Perché il kit era made in Seoul. Maledetti Coreani.
Così, dopo due tentativi a vuoto, con Gerry che continuava a ridacchiare sotto i baffi e a chiedermi se ce l’avremmo fatta per l’ora di cena, avevo capito che mi serviva una mano.
Il cantiere era sbucato dal nulla, poco dopo essere usciti dalla estrema periferia della città, provvidenziale come una luce di terra nel bel mezzo della tempesta perfetta.

Quella mattina ero arrivato a casa di Geremia puntualissimo.
Lui era già sulla porta ad aspettarmi, videocamera e cavalletto sottobraccio. In realtà il cavalletto era il mio, glielo avevo prestato almeno un paio di anni prima, perché doveva fare le riprese al battesimo di suo nipote e si era dimenticato di restituirmelo. Poco male, avevo pensato mentre lo caricavamo nel bagagliaio accanto al borsone nero. Ogni cerchio prima o poi si chiude.
Geremia. Gerry, come lo chiamo, è un mio caro amico. Il migliore. Cioè, lo era.
Fino al giorno in cui non si era scopato mia moglie.
Non che ne abbia fatto un dramma con lei. Deianira era sempre stata, diciamo così, incline al tradimento e dopo due anni di matrimonio avevo messo in conto che potesse accadere, vista la piega che avevano preso i nostri rapporti.
Ma non con Gerry, per Dio.
Non con un amico.
A ben considerare la faccenda, a mandarmi in frantumi il cervello e il cuore è stato lui. Ho sempre pensato che l’amicizia è l’unica cosa che conta davvero.
L’amicizia è tutto.
Banale, direte voi.
Ma vero oltre ogni ragionevole dubbio.
Così ne avevamo parlato.
Prima avevo tentato di frantumargli le gengive con la mazza da cricket che avevo comprato in un negozietto di Calcutta al rientro da un viaggio di nozze decisamente low cost. Cioè da due settimane di monsoni, riso basmati stracotto, dissenteria e sesso dozzinale in alberghetti infestati di scarafaggi. All’epoca ci pareva una cosa davvero notevole. Alternativa. Un’esperienza che avrebbe dato benzina ben miscelata al mio motore di giovane scrittore di talento sempre sul punto di decollare.
Inutile dire che non era servito a nulla.
Dopo due anni, mentre lei era supplente confermata in un liceo del centro, io campavo ancora di lavoretti a termine che con la scrittura avevano quasi sempre ben poco a che spartire e che a volte mi portavano lontano casa per due o tre giorni alla settimana.
Fu durante una di queste trasferte che Gerry e Deianira, ormai platealmente insofferente allo stallo che la mia mai davvero iniziata carriera di scrittore aveva preso, erano finiti a letto.
È chiaro che non l’avrei mai scoperto se Gerry non avesse vuotato il sacco. Mi si era presentato sulla soglia di casa una sera che Deianira era a una cena con i colleghi, reggendo un paio di confezioni da sei lattine di birra tiepida, una maschera funebre al posto della faccia. Un cliché patetico da film americano che mi aveva innervosito subito.
Così, dopo che avevo cercato di spaccargli i denti ne avevamo parlato.
Lui asserragliato nella sua macchina e io accovacciato sul cofano, brandendo la mazza vendicatrice.
Lui era davvero distrutto.
Annichilito moralmente.
Io ero incazzato.
Mortalmente.
Di tanto in tanto ululavo alla luna, smazzando dei gran colpi sulla capotta per scaricare la tensione.
Lui continuava a piagnucolare. Non faceva che compiangere la debolezza di cui era stato vittima. Voleva trovare un modo di farsi perdonare. Però sembrava non capire che la mia collera nei suoi confronti era davvero terribile.
“Cosa devo fare per avere il tuo perdono?” aveva singhiozzato a un certo punto “Mi devo far crocifiggere?”
C’è una poesia di William Blake, che dice più o meno:

ero in collera con il mio amico
gli parlai della mia ira ed essa terminò
ero in collera con il mio nemico,
tenni tutto per me, il mio furore aumentò

Questi versi mi vennero in mente mentre saltavo giù dal cofano con un balzo e mi incollavo al finestrino del guidatore.
Attraverso il vetro sporco, lo fissai dritto negli occhi.
“Si” dissi, senza distogliere lo sguardo.
Lui dopo un attimo di interdetta esitazione si sciolse in una specie di pianto riconoscente, intervallato da singhiozzi profondi.
Gettai a terra la mazza.
E pensai che Blake tutto sommato aveva torto.
Perché continuavo ad essere furioso.
Perché Gerry aveva tradito la mia amicizia.
Perché, alla fine della fiera, lo volevo morto.

Il Capocantiere non pareva convinto.
Mentre contrattavamo i tre operai si erano avvicinati: occhi bovini, barbe incolte e un campionario di tatuaggi che riempivano praticamente ogni angolo di pelle non coperto dalle canottiere bisunte e dai pantaloncini infarinati di calcina e stucco.
“Io quella cosa lì non la tiro su” disse il Capocantiere “Nemmeno per un milione di euro. Nemmeno per tutto oro di mondo”
“D’accordo” dissi “Ma magari i tuoi qui la vedono diversamente. Dammi un minuto”.
Mi staccai dalla macchina e accennai a oltrepassarlo ma lui mi afferrò un braccio e mi si rimise di fronte, sbarrandomi il passo.
Non suonasse ovvio, direi che la mano, naturalmente callosa, stringeva come una morsa.
“Fermo” disse “Ingresso è vietato a non addetti a lavori”.
Uno dei tre operai venne avanti. Sulla spalla destra faceva bella mostra di sé un teschio attorno Al quale si arrotolava un serpente la cui testa era trafitta da una punta di lancia. E una scritta in cirillico sopra.
Mi pareva di aver visto la foto di un tatuaggio simile in una rivista. L’articolo parlava delle milizie paramilitari serbe che avevano imperversato in Bosnia durante la guerra. Si calcolava che almeno 1200 di quei tagliagole fossero fuggiti in Italia dopo la fine della guerra tentando di sottrarsi ai mandati di cattura del Tribunale dell’Aja.
“Va bene” risposi mentre con noncuranza sfilavo dal taschino della camicia la mazzetta di banconote per fare in modo che Teschio la vedesse “Cercherò qualcun altro a cui i soldi facciano meno schifo”.
A quel punto Teschio ringhiò qualcosa al Capocantiere in una lingua incomprensibile; il Capocantiere mollò la presa e si voltò a fronteggiarlo.
Ben presto si unirono anche gli altri due compari con bordate di grugniti che sarebbero state sufficienti a demolire un bunker antiaereo.
Sommerso dagli insulti dei suoi operai, il Capocantiere cedette.
Con il loro furgone mi fecero strada fino a un angolo remoto dell’area dei lavori. Un fazzoletto di terra punteggiato di crateri di scavo e montagnole di terra di riporto.
Scegliemmo la più alta, una vera e propria collina, coperta di arbusti e macchie di rovi. Da lì si dominava il panorama di una campagna incolta e sconfinata, con le sagome degli ultimi edifici della città che galleggiavano mute e lontane nella foschia del tramonto.
Con l’aiuto degli esperti manovali fu un gioco da ragazzi issare la croce.
Anche se ubriaco Gerry si rese comunque utile, montando l’attrezzatura video.
“Pasolini non avrebbe potuto trovare un posto migliore” disse guardandosi intorno.
Povero fesso. Lui e la sua passione per il cinema d’essai.
Intanto avevo dato il rotolo di bigliettoni ai quattro, che dopo esserseli spartiti si affrettarono a risalire sul furgone.
“Dove posso vedere poi questo filmo?” mi aveva chiesto Teschio prima di salire a bordo, accennando alla videocamera che Gerry stava sistemando sul treppiede.
“Collezione privata” avevo risposto.
Aspettai che il furgone sparisse.
Adesso veniva il bello.

L’idea del kit mi venne mente cercavo informazioni sulle tecniche di crocifissione nell’antichità.
In Sud Corea, nella piccola ma agguerrita minoranza cristiana da un paio d’anni si era diffusa una moda: farsi crocifiggere.
Starsene qualche ora in croce, esposti alle intemperie o alla calura. A immedesimarsi nelle sofferenze di Gesù e a mondare l’anima tramite il corpo.
Una piccola azienda locale di attrezzature da giardino aveva subito cavalcato l’onda mettendo in commercio vari kit da crocifissione un po’ per tutti i portafogli.
Nel sito della casa produttrice veniva spiegato tutto con dovizia di particolari, in un inglese un po’ incerto ma comprensibile.
Illustrai l’idea a Gerry, che fu subito entusiasta. Il senso di colpa lo stava divorando e non vedeva l’ora di chiudere la questione. In quelle settimane stavo tenendo nei suoi confronti un contegno volutamente freddo e distante.
Gli dissi che avrei filmato tutto. Che quella sua espiazione sarebbe rimasta a futura memoria per suggellare la nostra ritrovata amicizia. Che anziché limitarmi a legarlo alla croce, ce lo avrei inchiodato. Il dolore era parte necessaria del processo, gli dissi.
Gli spiegai che usando delle punte molto sottili e le dovute cautele, le lesioni sarebbero state minime. Delle ferite simboliche, insomma. Non più di un mese di fasce, garze e medicazioni.
E in fondo cosa era un mese di fasciature di fronte ad un’amicizia ritrovata?
Gli avrei somministrato dosi da cavallo di valium e di antidolorifico in corso d’opera, per limitare al massimo i danni. E una volta finito lo avrei portato da un mio amico chirurgo, che lo avrebbe medicato senza fare troppe domande. Poi saremmo andati a cena insieme da Leonida, il miglior ristorante greco della città. Forse anche perché era l’unico.
Gerry si era bevuto tutto. Tanto era forte era il suo desiderio di compiacermi che non si era fatto alcuna domanda sulla plausibilità della storia che gli avevo venduto.
Perché in realtà non avevo nessun amico medico, i chiodi che avrei usato erano bestie da cantiere nautico, con punte in acciaio temperato da mezzo centimetro. L’unica verità era che quella sera a mangiare moussaka e frittura di seppioline con la salsa tzatziki da Leonida ci sarei andato, ma da solo.
Dopo che gli avevo comunicato che il kit era arrivato e che avevamo fissato una data mi aveva mandato un sms:
Martedì 27 giugno: ore 18 Crucifixion party. Seguirà rinfresco!
Era convinto, lui. Avrebbe ritrovato il suo amico dell’Università. Quello a cui aveva passato le risposte di un paio di esami e prestato svariate volte dei soldi. Il testimone del suo matrimonio fallito con Anthea, che gli avevo fatto conoscere io dopo aver capito che non era assolutamente il mio tipo. Quello che accettava le sue sfide a interminabili partite di dama cinese e lo accompagnava alle serate di cinema Liberiano o sulla nouvelle vague Filippina, dato che “i film erano imperdibili!” e nessun altro, che fosse stato meno di un amico, si sarebbe sottoposto al supplizio.
Era felice. Credeva che l’avrei imbottito di valium e demerol. Che l’avrei inchiodato e lasciato lassù giusto il tempo di una ripresa da rivedere nelle lunghe sere di inverno, con un bel bicchiere di vino in mano, ridendo assieme, come una volta.
Era convinto. Lui.
Ma io no.
Io lo volevo morto.
Crocifisso.
Senza valium.

Appoggiai la scala a pioli alla croce, gentile concessione dei miei assistenti scenografi con un bonus di cinquanta euro. Gerry barcollava vicino al cavalletto. Aveva appena finito di scolarsi l’ultimo sorso di succo d’arancia e vodka e aveva sul viso l’espressione di chi sta per mettersi a piangere o a vomitare da un momento all’altro.
“Coraggio” dissi “via la camicia.”
Lui sorrise.
Un sorriso incongruo e sbracato.
Si spogliò, litigando coi bottoni della camicia. Mise in mostra un torace magro sopra una pancetta flaccida e glabra. Poi salì sulla scala.
Assunse la posizione. Allargò le braccia, spalle appoggiate al legno.
La croce traballò non poco, ma resse. Teschio e la sua combriccola avevano fatto un lavoretto a regola d’arte, improvvisando con corda di nylon e alcuni picchetti dei tiranti che dalle estremità dello “stipes” e del “patibulum” ancoravano la struttura al terreno.
A quel punto mi inerpicai anche io e mi trovai con la faccia praticamente appoggiata al suo viso. Ricacciai indietro l’impulso di sputare o di staccargli il naso a morsi e gli sorrisi.
Legai le braccia all’altezza dei polsi. Strinsi troppo e lui fece una lieve smorfia.
“Troppo stretto?” chiesi, sfoggiando un tono premuroso.
Lui scosse il capo. “Vai tranquillo. È per una buona causa”. Ridacchiò di nuovo, quasi totalmente avulso dalla realtà. La vodka estone aveva lavorato bene.
Scesi di qualche gradino e gli legai la vita. Poi le caviglie. Aveva pensato di indossare un paio di quei ridicoli pantaloni estivi a tre quarti,che avevano fatto furore per alcune estati prima di finire nei recessi degli armadi o nelle pile di indumenti da donare alla Caritas.
“Ora provo a togliere la scala” dissi.
“Fidati di me Rose!” sbottò lui “Ti fidi di me Rose?” barrì, iniziando a canticchiare il tema di “Titanic”.
“Grande Gerry” lo incoraggiai.
“Cazzo, sì, ma che fatica” si lamentò, prima di rimettersi a ridere.
“Sì, sì. Tranquillo “gli dissi. “Ci sbrighiamo in un attimo”.
Appoggiai di nuovo la scala alla croce, poi tornai al borsone e presi la pistola sparachiodi.
Lui continuava a ridere mentre io dopo essere risalito sulla scala cercavo l’equilibrio sui pioli.
Quando lo trovai e gli sparai il primo chiodo nel palmo destro smise di colpo.

Questi maledetti coreani.
Non lo sapevano che spesso lo “stipes” (il palo verticale, per i duri di comprendonio) era dotato di una sporgenza? Una specie di sedile su cui il suppliziato si metteva a cavalcioni. Si chiamava “Pegma”.
Sarebbe stato davvero utile che ci fosse stato.
È proprio vero che chi fa da sé fa per tre.
Il primo chiodo nel palmo destro fece effetto.
Gerry smise di ridere. Urlò.
Poi singhiozzò: “Okay, “Hai ragione. Me lo merito, Ma prima di andare avanti dammi qualcosa per sballare un po’ di più. Ti prego”.
“Certo, certo.” lo rassicurai con un buffetto sulla guancia. Invece gli inchiodai anche la mano sinistra all’altro braccio del “patibulum” (adesso capite da dove arriva il termine “Patibolo”?) e lui miagolò di dolore.
Poi svenne.
Scesi dalla scala e rovistai nel borsone.
Il kit comprendeva anche un’asta telescopica in alluminio. Una spugna. Un flacone di aceto. Del filo spinato ritorto a formare una corona. Avevano fornito anche una cuffia imbottita, da mettere sulla testa prima della corona,
Mi infilai un paio di guanti da saldatore, presi la corona e risalii la scala. Gerry rinvenne quando gliela calcai in testa, senza cuffia ovviamente. Rivoli di sangue iniziarono a rigargli la fronte.
Gemette. Poi farfugliò qualcosa.
“Adesso scendo” gli soffiai nell’orecchio “Sposto la videocamera. Una bella inquadratura dal basso, alla Orson Welles. Ricordi la battuta?”
“Eloi eloi, lemà sabactàni?” balbettò sbavando e tossendo.
Sembrava non avere ancora capito che da quella croce non sarebbe sceso sulle sue gambe.
“Proprio lei. L’hai beccata Gerry. Anche l’intenzione: ottima! Però mi raccomando. Voce!”
Siamo quasi al gran finale.
Squilli di tromba. Rulli di tamburi.
And the Oscar goes to

Mi dovevo sbrigare.
Il cielo si era rannuvolato. Il brontolio sempre più vicino dei tuoni e un paio di saette che vidi piombare verso terra mi suggerirono che era meglio accelerare le operazioni.
Inchiodai anche i piedi di Gerry, che collassò definitivamente, e tornai al borsone. Avevo personalizzato il kit con un bel coltello da cucina.
Lo fissai con alcuni robusti giri di scotch da pacchi all’estremità dell’asta in alluminio e fui pronto per infliggere la fatidica ferita al costato con quella improvvisata lancia di Longino.
Questi coreani maledetti.
D’altra parte, questa era la versione economica del pacchetto. Per la versione DeLuxe avrei dovuto caricarci sopra altri 250 euro. Avrebbero incluso nel kit un giavellotto con punta di bronzo (arrotondata, comunque: al massimo potevi lasciare un bel livido) e un costume da legionario romano.
Un altro tuono rotolò sonoramente, questa volta più vicino. Minacciava di piovere da un momento all’altro.
Sollevai l’asta e l’appoggiai sotto le costole.
A destra o a sinistra?
È lo stesso mi dissi. Al diavolo la filologia. Optai per la sinistra.
Spinsi. La carne cedette. La lama penetrò.
Fu proprio allora che, con uno schianto ciclopico, una saetta si abbatté sull’asta telescopica in alluminio.
Uno virgola ventuno gigawatt.
Come sanno tutti quelli che negli anni ’80 erano adolescenti e andavano al cinema, è la misura della quantità di energia sprigionata da un fulmine. Sufficiente a proiettare avanti e indietro nel tempo una coupè DeLorean opportunamente modificata. O a ridurre due minchioni alle estremità di un’asta di alluminio come seppioline di una frittura di Leonida.

È così che alla fine il rinfresco ha preso un’altra piega.
Gerry è finito a svolazzare nel secondo cerchio assieme a quelli un po’ troppo esuberanti sotto la cintola. Se tanto mi dà tanto la cara Deianira lo raggiungerà più o meno presto.
Su di me c’è stata un po’ di diatriba. Omicida semplice o Traditore? Alla fine ha prevalso la seconda ipotesi.
La motivazione della sentenza mi è suonata un po’ oscura. Però diciamo che qui il sistema giudiziario è un tantino primitivo. Un unico grado di giudizio e senza possibilità di appello. Orribilmente Minos ha ringhiato e arrotolato la sua coda nove volte.
Traditore.
Traditore degli ospiti, ad essere precisi.
Saranno state tutte le cene che ho scroccato a Gerry?
D’altra parte cucinava la miglior parmigiana di melanzane del pianeta. Quando sapevo che la preparava, ogni scusa era buona per farsi invitare.
E così, eccomi qua.
In un buco nel ghiaccio.
A faccia in su.
Gli occhi congelati.
Giusto fuori dall’ufficio del Gran Capo.
Però poteva andarmi peggio.
Pece bollente, mutilazioni perpetue, bagni di sterco.
Alla fine, sotto la scorza del cinico irredimibile c’è un ottimista che vede sempre il bicchiere mezzo pieno.
E poi tutto questo ghiaccio è davvero un toccasana per le mie emorroidi.

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