Avevo lasciato l’accampamento poco prima di mezzogiorno, con il sole che batteva come un fabbro nubiano su un’incudine moabita.
Effettivamente non era stata una grande idea partire a quell’ora, ma Lui era fatto così. Quando chiamava bisognava rispondere e essere preparati a qualsiasi cosa.
Grondavo come una fontana, scivolando sui ciottoli del sentiero che diventava sempre più ripido via via che saliva.
Era colpa della suola di cuoio mal conciato dei calzari. E della tunica di lana, che mi impicciava non poco sulle balze scoscese che conducevano alla cima, come il lungo bastone nodoso, che avevo acconsentito a portare con sé più che altro per placare le insistenze di Miriam e Aronne.
Guardai a valle, verso le tende ammassate in disordine attorno alla sorgente dove avevamo piantato il campo la sera prima. Da quell’altezza e distanza gli uomini, le greggi e le bestie da soma parevano formiche.
Formiche che da qualche tempo non facevano che mugugnare.
Perché dopo tre mesi di vagabondaggi nel deserto, anche se nessuno, io per primo, aveva il coraggio di dirlo apertamente, era palese che ci eravamo persi.
Il terreno divenne sempre più franoso. Iniziai a risalire una cresta sottile, friabile come gesso. Per farlo gettai via il bastone, che precipitò verso il basso rimbalzando sulle rocce. Potevo usare entrambe le mani per aiutarmi nella salita, e soprattutto per escoriarmi le dita sugli spigoli delle rocce a cui mi appigliavo. Per ogni passo che facevo in avanti ce n’erano due indietro e varie imprecazioni, che circumnavigavano con sapienza la bestemmia, anche se già soltanto per quello, Lui si sarebbe irritato.
Ormai mancava poco alla vetta.
Cosa mi avrebbe accolto?
L’altra volta m’era trovato di fronte un cespuglio in fiamme, che parlava con voce profonda e rimbombante.
«Porta la tua gente fuori dall’Egitto!» dice il cespuglio.
«Ma il Faraone…» dico io.
«Tu organizzati, al resto ci penso Io.»
E ci aveva pensato bene. Piogge di rane. Nubi di locuste e altre amenità. E poi quel macello con i primogeniti, che al solo pensarci mi si rizzano ancora i capelli sulla nuca. Il capolavoro però è stato il passaggio del mare, con le muraglie d’acqua che poi si richiudevano sui carri degli egiziani e li spazzavano via proprio come formiche.
Che potevi fare quando tanta potenza ti convocava, se non abbassare orecchie, occhi, coda e obbedire?
Finalmente mi issai oltre la sommità della cresta.
La cima del monte era piatta come una tavola. Un baldacchino di foglie di palma intrecciate riparava un sedile di legno e tela colorata. Seduto c’era, Lui, e che fosse Lui non c’erano dubbi, che come mi vide mi chiamò per nome, facendo segno di avvicinarmi.
«Alla buon ora!» mi apostrofò. La voce non rimbombava come quella che anni prima proveniva dal cespuglio. Tolse i piedi da una specie di scatola di un materiale duro e lucido, che teneva davanti al suo sedile, di cui sollevò il coperchio tirandone fuori un un piccolo cilindro di metallo variopinto, che mi porse con un sorriso.
“Oh YAHW…” feci per dire, ma mi fermai appena in tempo. Il cilindro di metallo mi bruciava tra le mani per quanto era freddo.
Anziché rimproverarmi si alzò e mi invitò a sedersi al posto suo.
«Riposati» disse con tono che mi sembrò fin troppo premuroso.
Obbedii.
Indossava una strana casacca gialla con le maniche corte, decorata a fiori e dei mutandoni al ginocchio color blu mare.
Mi appoggiò entrambe le mani sulle spalle. Lo guardai negli occhi.
Pensavo non sarei mai riuscito a sostenere quello sguardo. Che nessuna creatura mortale fosse in grado di farlo. Invece fu più o meno come guardare dentro una pozza d’acqua di sorgente un po’ torbida.
«E se ti dicessi che è finita?»
«Che cosa?»
«È che ho perso un po’ il filo.» Abbassò gli occhi mentre lo diceva.
Si accosciò davanti alla scatola e tirò fuori un altro cilindro colorato.
«Come sarebbe a dire?»
«Sarebbe a dire che forse è meglio se mi prendo una pausa.»
Tirò una specie di anello di metallo su una delle estremità del cilindro, schiudendovi così una piccola apertura, a cui accostò le labbra. Capii che nel cilindro doveva esserci dell’acqua o qualche altro liquido per dissetarsi.
Intuii che la mia espressione doveva apparirgli ancora confusa.
«Che resti tra noi, ma la fregatura è il libero arbitrio che vi ho concesso. Bella trovata, per carità di Me, ma complica tutto a livelli inimmaginabili. Perché uno comincia sempre con le migliori intenzioni. Crea, costruisce, assembla meraviglie di cui si compiace. Poi però si accorge che le cose piegano diversamente da come aveva pensato. E più cerca di riprendere le fila e più tutto gli si ingarbuglia.»
Balbettai qualcosa, ma niente di sensato.
«È che a volte sono convinto di aver sbagliato tutto. Di nuovo».
«Di nuovo?»
«Ricordi la storia di Noè?»
Ricordai. E deglutii.
«Però questa volta non mi va di azzerare tutto. Se avessi un terapista, mi direbbe che aumenterei la frustrazione oltre la soglia di guardia» riprese lui.
«E allora?» chiesi.
«E allora niente. Aspetto. Lascio fluire. Hai presente il blocco dello scrittore? L’unico modo per uscirne è fare altro.»
«Ma la mia gente laggiù?» domandai «Ho detto loro che ci sei Tu con noi…»
«Ritornerò prima o poi, non temere. Ma nel frattempo, tu farai benissimo anche da solo» ribatté Lui.
«Ma chi mai sono io per confortarli? Indirizzarli? Educarli?»
Lui si alzò.
«Allora, tra un po’ te ne torni giù e intanto dici loro che ti ho parlato, che è tutto a posto. E poi che ti ho dato anche una lista di precetti da seguire per farmi contento. Tipo: “Siate sinceri”, “Non fregatevi le pecore a vicenda”, “Trattate bene i vostri genitori”. Cose di buon senso. Vedi tu quali. Non più di dieci, direi. Magari scolpiscile sulla pietra, che fa sempre un certo effetto. E quando parli: voce impostata e tono grave. E hai presente quel bastone lungo e nodoso? Quello con cui hai separato il mare e fatto sgorgare l’acqua a Refidim? Mi raccomando, tienilo sempre con te quando parli in pubblico: gran movimenti ieratici, e battilo per terra ogni tanto, tipo quando detti una regola o un comando, o se vuoi ribadire un concetto importante.»
«Ma come potrò guidarli alla Terra Promessa?»
«Navigatore satellitare» mi spiegò porgendomi un piccolo scrigno nero e piatto. «È già impostato» Una voce femminile vagamente metallica cominciò a gracchiare da dentro lo scrigno, la cui parte superiore si illuminò, mostrando quella che pareva la mappa del monte e della regione circostante: «Tornare indietro di trentacinque cubiti, quindi girare a sinistra e cominciare a scendere…»
«Ma io…»
«Magari ci vorrà un po’ più tempo del previsto, ma vedrai che andrà tutto benissimo» tagliò corto Lui.
A dire il vero non pareva molto convinto, ma dopo meno di un battito di ciglia era sparito, assieme al baldacchino, alla sedia e a tutto il resto.
Qualche ora più tardi, mentre inziavo la discesa, guidato dalla voce metallica e dalle prime stelle della sera, pensai che innanzitutto dovevo recuperare quel dannato bastone.

Avevo lasciato l’accampamento poco prima di mezzogiorno, con il sole che batteva
come un fabbro nubiano su un’incudine moabita.
Effettivamente non era stata una grande idea partire a quell’ora, ma Lui era fatto così..
Quando chiamava bisognava rispondere e essere preparati a qualsiasi cosa.
Grondavo come una fontana, scivolando sui ciottoli del sentiero che diventava sempre
piu. ripido via via che saliva.
Era colpa della suola di cuoio mal conciato dei calzari. E della tunica di lana, che mi
impicciava non poco sulle balze scoscese che conducevano alla cima, come il lungo
bastone nodoso, che avevo acconsentito a portare con se piu. che altro per placare le
insistenze di Miriam e Aronne.
Guardai a valle, verso le tende ammassate in disordine attorno alla sorgente dove
avevamo piantato il campo la sera prima. Da quell’altezza e distanza gli uomini, le
greggi e le bestie da soma parevano formiche.
Formiche che da qualche tempo non facevano che mugugnare.
Perche dopo tre mesi di vagabondaggi nel deserto, anche se nessuno, io per primo,
aveva il coraggio di dirlo apertamente, era palese che ci eravamo persi.
Il terreno divenne sempre piu. franoso. Iniziai a risalire una cresta sottile, friabile come
gesso. Per farlo gettai via il bastone, che precipito. verso il basso rimbalzando sulle
rocce. Potevo usare entrambe le mani per aiutarmi nella salita, e soprattutto per
escoriarmi le dita sugli spigoli delle rocce a cui mi appigliavo. Per ogni passo che facevo
in avanti ce n’erano due indietro e varie imprecazioni, che circumnavigavano con
sapienza la bestemmia, anche se gia. soltanto per quello, Lui si sarebbe irritato.
Ormai mancava poco alla vetta.
Cosa mi avrebbe accolto?
L’altra volta m’era trovato di fronte un cespuglio in fiamme, che parlava con voce
profonda e rimbombante.
«Porta la tua gente fuori dall’Egitto!» dice il cespuglio.
«Ma il Faraone…» dico io.
«Tu organizzati, al resto ci penso Io.»
E ci aveva pensato bene. Piogge di rane. Nubi di locuste e altre amenita.. E poi quel
macello con i primogeniti, che al solo pensarci mi si rizzano ancora i capelli sulla nuca.
Il capolavoro pero. e . stato il passaggio del mare, con le muraglie d’acqua che poi si
richiudevano sui carri degli egiziani e li spazzavano via proprio come formiche.
Che potevi fare quando tanta potenza ti convocava, se non abbassare orecchie, occhi,
coda e obbedire?
Finalmente mi issai oltre la sommita. della cresta.
La cima del monte era piatta come una tavola. Un baldacchino di foglie di palma
intrecciate riparava un sedile di legno e tela colorata. Seduto c’era, Lui, e che fosse Lui
non c’erano dubbi, che come mi vide mi chiamo. per nome, facendo segno di
avvicinarmi.
«Alla buon ora!» mi apostrofo.. La voce non rimbombava come quella che anni prima
proveniva dal cespuglio. Tolse i piedi da una specie di scatola di un materiale duro e
lucido, che teneva davanti al suo sedile, di cui sollevo. il coperchio tirandone fuori un un
piccolo cilindro di metallo variopinto, che mi porse con un sorriso.
“Oh YAHW…” feci per dire, ma mi fermai appena in tempo. Il cilindro di metallo mi
bruciava tra le mani per quanto era freddo.
Anziche rimproverarmi si alzo. e mi invito. a sedersi al posto suo.
«Riposati» disse con tono che mi sembro. fin troppo premuroso.
Obbedii.
Indossava una strana casacca gialla con le maniche corte, decorata a fiori e dei
mutandoni al ginocchio color blu mare.
Mi appoggio. entrambe le mani sulle spalle. Lo guardai negli occhi.
Pensavo non sarei mai riuscito a sostenere quello sguardo. Che nessuna creatura
mortale fosse in grado di farlo. Invece fu piu. o meno come guardare dentro una pozza
d’acqua di sorgente un po’ torbida.
«E se ti dicessi che e. finita?»
«Che cosa?»
«E che ho perso un po’ il filo.» Abbasso. gli occhi mentre lo diceva.
Si accoscio. davanti alla scatola e tiro. fuori un altro cilindro colorato.
«Come sarebbe a dire?»
«Sarebbe a dire che forse e. meglio se mi prendo una pausa.»
Tiro. una specie di anello di metallo su una delle estremita. del cilindro, schiudendovi
così. una piccola apertura, a cui accosto. le labbra. Capii che nel cilindro doveva esserci
dell’acqua o qualche altro liquido per dissetarsi.
Intuii che la mia espressione doveva apparirgli ancora confusa.
«Che resti tra noi, ma la fregatura e. il libero arbitrio che vi ho concesso. Bella trovata,
per carita . di Me, ma complica tutto a livelli inimmaginabili. Perche uno comincia
sempre con le migliori intenzioni. Crea, costruisce, assembla meraviglie di cui si
compiace. Poi pero . si accorge che le cose piegano diversamente da come aveva
pensato. E piu. cerca di riprendere le fila e piu. tutto gli si ingarbuglia.»
Balbettai qualcosa, ma niente di sensato.
«E che a volte sono convinto di aver sbagliato tutto. Di nuovo».
«Di nuovo?»
«Ricordi la storia di Noe.?»
Ricordai. E deglutii.
«Pero. questa volta non mi va di azzerare tutto. Se avessi un terapista, mi direbbe che
aumenterei la frustrazione oltre la soglia di guardia» riprese lui.
«E allora?» chiesi.
«E allora niente. Aspetto. Lascio fluire. Hai presente il blocco dello scrittore? L’unico
modo per uscirne e. fare altro.»
«Ma la mia gente laggiu.?» domandai «Ho detto loro che ci sei Tu con noi…»
«Ritornero. prima o poi, non temere. Ma nel frattempo, tu farai benissimo anche da
solo» ribatte Lui.
«Ma chi mai sono io per confortarli? Indirizzarli? Educarli?»
Lui si alzo..
«Allora, tra un po’ te ne torni giu. e intanto dici loro che ti ho parlato, che e. tutto a posto.
E poi che ti ho dato anche una lista di precetti da seguire per farmi contento. Tipo:
“Siate sinceri”, “Non fregatevi le pecore a vicenda”, “Trattate bene i vostri genitori”. Cose
di buon senso. Vedi tu quali. Non piu. di dieci, direi. Magari scolpiscile sulla pietra, che
fa sempre un certo effetto. E quando parli: voce impostata e tono grave. E hai presente
quel bastone lungo e nodoso? Quello con cui hai separato il mare e fatto sgorgare
l’acqua a Refidim? Mi raccomando, tienilo sempre con te quando parli in pubblico: gran
movimenti ieratici, e battilo per terra ogni tanto, tipo quando detti una regola o un
comando, o se vuoi ribadire un concetto importante.»
«Ma come potro. guidarli alla Terra Promessa?»
«Navigatore satellitare» mi spiego. porgendomi un piccolo scrigno nero e piatto. «E gia.
impostato» Una voce femminile vagamente metallica comincio. a gracchiare da dentro
lo scrigno, la cui parte superiore si illumino., mostrando quella che pareva la mappa del
monte e della regione circostante: «Tornare indietro di trentacinque cubiti, quindi
girare a sinistra e cominciare a scendere…»
«Ma io…»
«Magari ci vorra. un po’ piu. tempo del previsto, ma vedrai che andra. tutto benissimo»
taglio. corto Lui.
A dire il vero non pareva molto convinto, ma dopo meno di un battito di ciglia era
sparito, assieme al baldacchino, alla sedia e a tutto il resto.
Qualche ora piu. tardi, mentre iniziavo la discesa, guidato dalla voce metallica e dalle
prime stelle della sera, pensai che innanzitutto dovevo recuperare quel dannato
bastone.

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